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IL LAUREATO

Pubblicato il 5 maggio 2017

Il primo segnale arrivò a Indian Wells, qualificazioni, nel marzo 2015: vittoria su Mathieu e sconfitta al terzo contro Roger Vasselin. Il secondo nel luglio 2016: tre titoli di fila nel circuito Futures. Il terzo quest'anno: Seppi dominato all'esordio nel Challenger di Bergamo. Dunque non c'è da sorprendersi nel vedere oggi Yannick Hanfmann approdare ai quarti di finale del torneo di Monaco di Baviera, dopo i successi su Gerald Melzer e Thomaz Bellucci. Ciò che sorprende è il suo tennis, così moderno e completo, potenzialmente efficace su ogni terreno; e il suo modo di colpire la palla, così pulito ed elegante. Ma sorprende ancora di più leggere la sua carta d'identità: Yannick ha 25 anni e si avvia verso i 26, solo che prima di questi exploit in pochi lo avevano sentito nominare.

Dove si era nascosto? Semplice, in un College americano. Con l'obiettivo (raggiunto) di ottenere una laurea in relazioni internazionali, senza smettere di coltivare quella che all'inizio degli studi era poco più che una passione, ma che oggi è un lavoro potenzialmente molto redditizio: il tennis. Hanfmann è numero 273 al mondo ma ha già i top 100 nel mirino. E a dirlo non sono soltanto quei risultati inattesi che stanno arrivando piuttosto rapidamente, ma sono pure i suoi avversari. Come Andreas Seppi, che dopo aver raccolto sei miseri game nel giorno del suo compleanno, ne ha parlato benissimo. Non per levarsi dei presunti demeriti, ma per rendere giustizia a un ragazzo che si presenta in punta di piedi, non è particolarmente loquace, ma che poi è in grado di far parlare il campo.

“Voglio raggiungere il massimo potenziale ed essere felice per lo sforzo profuso quando tornerò a pensarci fra un po' di anni. Non so cosa il futuro ha in serbo per me ma ho diversi obiettivi che vorrei realizzare nella mia vita”. Yannick parla quasi da filosofo, ma più semplicemente è uno che ha scelto un percorso diverso da quello del 90 per cento dei professionisti. “Avevo ricevuto – continua – diverse offerte da alcuni College, ma ho scelto la USC (University of Southern California) perché mi dava maggiori garanzie e opportunità. Lì puoi unire un buon livello nello sport con un buon livello di educazione accademica, quindi è una situazione in cui si ha tutto da guadagnare. Non ci sono lati negativi, se non per il fatto di essere sempre impegnati, e quindi di doversi organizzare bene”.

Hanfmann non è il primo che mette gli studi davanti a tutto e che comunque arriva a diventare professionista. In passato ci sono riusciti il suo connazionale Benjamin Becker, ma pure l'azzurro Davide Sanguinetti, oggi all'angolo di Ryan Harrison. E sono tanti i ragazzi, anche italiani, che ogni anno decidono di varcare l'oceano per inseguire il sogno americano, senza dimenticare di mettere in valigia la racchetta. Ma in un'epoca di professionismo sempre più esasperato, dove pare che siano indispensabili anche i singoli minuti, la scelta di Hanfmann – unita alla qualità straordinaria del suo tennis – è comunque merce rara. E pensare che quella trovata da Yannick potrebbe essere persino una soluzione concreta a quel problema tanto studiato, e mai davvero risolto, del prolungamento del limbo che esiste tra l'uscita dal tennis dei giovani e l'entrata tra coloro che possono trarre dei guadagni significativi. Intanto teniamolo d'occhio, il laureato, perché promette di non essere una meteora.