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TERRA PROMESSA

Pubblicato il 6 aprile 2016

Comincia da Marrakech, città tutta da scoprire nel Sud-Est del Marocco, la campagna europea sulla terra battuta. Per un po', niente più cemento, niente più palasport. Ora la sfida prosegue con le scarpe sporche di mattone tritato, quello che spesso è sinonimo di fatica e dedizione al lavoro. Certo nel tempo le differenze si sono assottigliate. Non è più valido quello che si diceva fino all'inizio del nuovo Millennio, ossia che ci fossero sport diversi a seconda del terreno di gioco. Ora, complice la generazione di fenomeni che sta dominando ovunque, capita pure di trovare campi in terra più veloci di quelli in duro, per non parlare degli scambi infiniti che è possibile vedere su certi court in erba.

Dunque cosa è, oggi, la terra battuta? E cosa ci dobbiamo aspettare da questa primavera nel Vecchio Continente? Intanto, oggi i campi rossi mantengono lo stesso fascino di 100 anni fa. Perché in fondo sono ancora i preferiti da chi vuole godersi un'ora di libertà legata a racchette e palline. Perché, diciamolo, sono i più democratici: non servono centimetri per far leva sul servizio, non contano così tanto quei bracci rapidi che altrove fanno la differenza. Sulla terra, più che su ogni altro terreno, mente e fisico sono il motore fondamentale del tennista. Quei due compagni senza i quali non si va lontano. Monte-Carlo (la prossima settimana), Barcellona, Madrid, Roma, Parigi: eccole qui le tappe dove Djokovic, Federer, Nadal, Murray e tutti gli altri andranno a caccia di gloria.

Per tanti, vale per gli amatori come per i pro, è la superficie più amata. Ma non è facile addomesticarla. Ne sa qualcosa Re Federer, che ha sì vinto tanto, ma una volta sola al Roland Garros, quando Nadal era stato tolto di mezzo dal ginocchio ballerino, più che da Robin Soderling. Ne sa qualcosa Nole Djokovic, dominatore sempre respinto dall'appuntamento con la Coppa dei Moschettieri. Per non parlare di Andy Murray, che solo lo scorso anno (vittorie a Monaco e a Madrid, semi a Parigi) ha un po' fatto pace con quella fastidiosa polvere rossa. Così resta Nadal, che da tempo non è il Nadal dei momenti felici, ma che al contatto con i campi che lo hanno incoronato potrebbe trovare nuove suggestioni e soprattutto quella fiducia che oggi ancora latita. Ha tenuto un profilo basso per ora, Rafa, ma qualche acuto lo ha mostrato. E se non tornerà a essere lo schiacciasassi che è stato per una decina d'anni, come si farà a tenerlo fuori dai favoriti di ogni torneo che lo vedrà protagonista?

Nole in pole position, dunque. Anche sulla terra. Poi Rafa, Roger, Andy, più o meno tutti sullo stesso piano. Riuscirà uno di loro a fermare la corsa del serbo? Arriverà qualcuno dalle retrovie (Nishikori, Thiem?) a portare scompiglio? E ancora, gli italiani si sapranno far valere, sulla superficie che per storia e tradizione sentiamo più nostra? Infine, tra le donne, dove il trono di Serena Williams comincia seriamente a vacillare, continuerà il momento d'oro di Vika Azarenka? O avremo altre sorprese, tipo Kerber, pronte a scrivere una nuova storia? Ci sono tante domande, sotto il cielo della Vecchia Europa. Domande che troveranno risposta a cominciare dalla prossima settimana. Solo un po' di pazienza, accidenti. Come si conviene a chi ama la terra.