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Né Roger, né Delpo

Pubblicato il 26 marzo 2016

C'era una sfida attesa come una finale, nel programma della notte di Miami, secondo turno del secondo Masters 1000 stagionale.

Di fronte, Sua Maestà Roger Federer e Juan Martin Del Potro detto Palito, colui che qualche anno fa pareva poter far vacillare il vertice del tennis mondiale. Invece, al terzo turno, ci troviamo un lucky loser, Horacio Zeballos. E non è proprio la stessa cosa. Cosa è successo? È successo che Mr. Federer si è beccato l'influenza e ha dovuto dare forfait, in quello che sarebbe dovuto essere il rientro alle competizioni dopo l'infortunio al menisco patito non sul campo da tennis, bensì facendo il bagnetto alle sue splendide bimbe. Così il suo posto è stato preso da un "perdente (mai così) fortunato", Zeballos appunto, che d'un tratto si è trovato dal fare i bagagli per tornarsene a casa, a un insperato terzo turno. 

 

Sì perché Roger, da testa di serie numero 3, era già un passo avanti rispetto agli altri. Mentre il più famoso connazionale di Zeballos, Del Potro, non è riuscito a piegare la resistenza del muro avversario, accusando pure un problema al polso per il quale è stato costretto a chiamare il fisioterapista. L'ennesimo problema fisico di una carriera tra le più martoriate che si ricordino, almeno ad alto livello. È stata dunque una nottata da infermeria, da pronto soccorso, più che da campo da tennis. Per un torneo che già all'esordio aveva visto in scena un altro giocatore poco aiutato dalla sorte, l'americano Brian Baker, talento eccezionale tornato col ranking protetto ma piegato dalla solidità di Kukushkin.

 

Non è una novità, trovare tanti tennisti con acciacchi fisici. Ma quando anche uno che sembrava inscalfibile come Federer, mai alle prese con operazioni per i suoi primi 34 anni, deve andare sotto i ferri, qualche paura in più fa capolino. Nonostante la particolarità dell'infortunio accusato dal 'Migliore di sempre' sia tale da non poterlo – nemmeno in questo caso – equiparare agli altri. Il tennis muscolare che si è sviluppato nelle ultime stagioni sta premiando i campioni più preparati, sta premiando pure un certo tipo di spettacolo agonistico molto votato alla battaglia, sacrificando un po' (un po' troppo?) la varietà. Ma è questa, davvero, la strada giusta?

 

Se lo è chiesto anche Toni Nadal, lo zio e coach di Rafa, uno che da questa evoluzione ha tratto sicuramente più vantaggi che svantaggi. “Vedo il tennis del futuro – ha detto – come una questione di energia e forza esplosiva, piuttosto che di tattica e intelligenza”. Per adesso non è ancora del tutto così, perché in fondo ai migliori del Tour, Djokovic in testa, non si può certo imputare di vincere a suon di bordate lasciando da parte la testa. Ma per evitare di arrivarci a quel tipo di futuro, preservando allo stesso tempo le articolazioni dei protagonisti, c'è forse bisogno di ripensare qualcosa.