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LO SLAM DEL DRAGONE

Pubblicato il 23 ottobre 2014

Quanto potrà resistere il mondo del tennis alle sirene dei miliardi di yuan cinesi? E quanto potrà rimanere ancorato a un tradizione vecchia cent’anni? Insomma, quando verrà tagliato il nastro del quinto Slam Made in Asia?

Prima di parlare del futuro è doveroso fare un flashback nel passato. L’antico gioco di racchetta e pallina è nato a fine Ottocento, si è diffuso nel mondo durante il Novecento, è passato all’era Open negli anni ‘60 ed è diventato di scala planetaria nei primi anni post Millennium Bug. Potenze come Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia o Francia (non a caso le nazioni dove si giocano i quattro Major più importanti dell’anno) hanno dovuto fare amicizia con realtà in costante evoluzione, con paesi e tennisti che solo negli anni ’50 non poteva trovare un campo con una rete in mezzo per allenarsi. 

Si chiama evoluzione naturale ma si può sostituire anche con business. Il tennis è uno sport molto ricco, i montepremi per i tornei più importanti sono da capogiro e i più forti (che scendano in campo con i pantaloncini oppure con la gonnella non fa differenza) possono accumulare patrimoni da zio Paperone. Poi ci sono “gli altri”, ovvero tutti i tennisti che per girare il mondo e scalare le classifiche ATP/WTA devono fare i salti mortali. Sempre sportivamente parlando, non vogliamo certo paragonare un tennista a un lavoratore di una catena di montaggio.

Insomma, l’ultimo Slam ad entrare in calendario è stato il Roland Garros di Parigi. Anno 1925, un secolo fa. Ora è arrivato il momento di aggiornare la storia e concedere a un altro torneo di elevarsi a Grande Slam. Ma su che base? La risposta non è certo delle più semplici.

Se guardiamo all’anzianità dei tornei moltissimi appuntamenti, Roma compresa, potrebbero far valere il proprio nome. Così come altri potrebbe spingere la Federazione Internazionale a scommettere sulla diversità. Pensiamo, per esempio, a un Grande Slam da disputarsi in indoor, per allungare la stagione tennista invernale e per creare un’alternativa alle tappe di Melbourne-Parigi-Londra-New York. A livello tecnico (superfici di gioco) non c’è una novità che si può considerare favorita rispetto alle altre.

Dunque come scegliere? Diciamo che la mappa geografica tennistica copre già tre continenti su cinque: una tappa in Australia, due in Europa e una in America. Restano fuori Africa e Asia. Visto che il Continente nero, a causa della povertà, non ha né campi né tradizione, rimane l’immenso territorio dove sorge il Sole. E la Cina, con la sua potenza economica e politica, potrebbe essere la naturale prescelta. Con una firma tra Federazione Internazionale e Pechino, la città di Shanghai ci metterebbe pochissimo a organizzare la tappa finale della stagione. Ha già un ottimo stadio, potrebbe costruire velocemente altri campi, ha potenti sponsor alle spalle e una collocazione in calendario ideale. I master maschili e femminili potrebbero essere sostituiti dallo Slam asiatico a fine ottobre, così per chiudere il cerchio dell’anno tennistico.

John Newcombe, leggenda australiana della racchetta, ha dichiarato che gli organizzatori dei quattro Slam tradizionali dovrebbero consentire alla Cina di ospitare la quinta tappa a fronte di un miliardo di dollari, 250 milioni a testa. E quando si parla di cifre vuol dire che il terreno sul quale ci si muove è già fertile. 

Per lo Slam del Dragone è solo questione di tempo.