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IL CONSIGLIO DI DIEGO

Pubblicato il 15 ottobre 2013

L’estate doveva ancora regalarci le giornate più calde. Dall’altra parte della Manica stavamo assistendo a uno shock dopo l’altro: Wimbledon era diventata una terra non più promessa per i big del tennis. Subito fuori Nadal, seguito a stretto giro da Sir Roger Federer. Serena Williams sarebbe stata sconfitta qualche ora dopo, prima di lei Maria Sharapova.

Gli inglesi seppero però rifarsi gli occhi alla fine delle due settimane. Dopo un’eternità il loro beniamino di casa – Andy Murray – alzò il trofeo tanto desiderato battendo nell’atto conclusivo Novak Djokovic. Per le donne la sorpresa si chiamò Marion Bartoli.

E per gli italiani, le solite briciole? Non proprio, portammo quattro rappresentati agli ottavi, un record. La ciliegina sulla torta la gustammo il 7 luglio, l’ultimo giorno dei Championship. Gianluigi Quinzi divenne campione Juniores dopo aver battuto il coreano Hyeon Chung in due set. La terra promessa si tinse di verde (prato)-bianco-rosso italiano.

Solo in un’altra occasione un giovane ragazzo aveva alzato il trofeo sui terreni di sua Maestà. Anch’egli mancino, altrettanto talentuoso: Diego Nargiso. Era il 1987 e il ragazzo di Napoli, grazie anche agli insegnamenti di coach Lombardi, divenne campionicino dell’erba. 

Da quel momento Diego cercò di bruciare le tappe per scalare le vette dei pro. Purtroppo per lui (e anche per l’Italia) la sua ascesa è stata più difficoltosa del tabellone juniores di Londra. Amante del veloce e del gioco d’attacco, non riuscì mai a vincere un torneo ATP. Si fermò due volte in finale (a Bordeaux sconfitta dallo spagnolo Sergi Brughera e a Palermo dal belga Oliver Rochus), raggiunse come massimo traguardo la 67ª posizione. Partecipò a tre Olimpiadi consecutive e a 37 Slam. 

Decise di convertirsi al doppio con risultati decisamente più soddisfacenti. Cinque titoli e un quarto di finale degli US Open nel 1993. Diego, da italiano, teneva moltissimo alla Coppa Davis. Giocò complessivamente 32 match dal 1988 al 2000. In coppia con Omar Camporese (prima) e Andrea Gaudenzi (poi) fu l’artefice delle due semifinali consecutive nel 1996 e 1997 e della finale (purtroppo persa) contro la Svezia a Milano nel 1998.

Ora gestisce un’accademia di tennis in Costa Azzurra; il suo desiderio è far crescere un nuovo Gianluigi Quinzi tra i propri campi, senza snaturare il talento che ogni tennista porta dentro di sé. Ripete sempre “bisogna lavorare sul tocco, sulla mano”, non bisogna nascondere i difetti con dei colpi sensazionali. E poi “velocità, velocità, velocità”. È inutile palleggiare per ore per capire bene il movimento, bisogna cercare di farlo bene alla maggior velocità possibile. Pazienza se fino a 14 anni si perde, l’importante è vincere da grande.

Per uno che ha vinto (solo) da piccolo non è un grande insegnamento.