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Jana Novotna, la campionessa fragile

Pubblicato il 24 giugno 2020

Nel 1998 riuscì finalmente a conquistare Wimbledon, il torneo dei suoi sogni. Nel 1999 si ritirò, perché ormai aveva raggiunto il suo obiettivo. Jana Novotna lasciò questo mondo il 19 novembre 2017, ma i veri appassionati non l’hanno mai dimenticata e – all’arrivo della stagione su erba – la ricordano sempre come una delle migliori interpreti del tennis sui prati.

 Il 4 luglio del 1998, a Londra, Jana Novotna festeggiava il suo personale giorno dell’Indipendenza. Indipendenza dall’angoscia che l’aveva attanagliata a lungo, soprattutto quando si era trovata vicino al suo sogno più grande: vincere un torneo dello Slam. Ci aveva provato in maniera decisa soprattutto a Wimbledon, su quei campi verdi che premiavano il suo tennis dai gesti bianchi. Ma era sempre stata ricacciata indietro da avversarie più ciniche di lei, che aveva il cuore tenero quanto una stop volley di rovescio. Era accaduto già due volte, contro Steffi Graf nel 1993 e contro Martina Hingis quattro anni più tardi. Non che non ci avesse provato, Jana, tutt’altro. È che le altre, sul più bello, riuscivano sempre a mantenere il sangue freddo, mentre lei si arrotolava sui suoi pensieri e su una sensibilità non comune. Dote che non sempre (per la verità quasi mai) aiuta gli sportivi, men che meno i tennisti.

WIMBLEDON, FINALMENTE

Quel 4 luglio, però, fu diverso. Intanto, dall’altra parte della rete c’era una che un po’ le somigliava, per tennis e per carattere: la francese Nathalie Tauziat. Poi perché con l’età, Jana era riuscita a limare i difetti di una personalità fragile, cercando di venire a patti con le proprie debolezze. I fantasmi presero vita nuovamente quando si trovò a servire per i Championships sul 5-4 del secondo set: perse la battuta, ma non la calma. Stavolta il tavolo era apparecchiato per lei, e lei non si sarebbe alzata affamata. Andò a cercare chissà dove quel coraggio che in passato tante volte si era nascosto dietro alle sue paure, alla fine lo trovò e ci si aggrappò con tutte le forze che aveva. Dominò il tie-break, chiudendolo con un passante di diritto in risposta: per paradosso, uno dei colpi che le avversarie sfruttavano per batterla. L’impresa era compiuta, non c’erano più lacrime di dolore e rimpianti, solo gioia e una scalata verso la tribuna per abbracciare tutti coloro che l’avevano seguita sin lì. Senza mai abbandonare le speranze.

LA RIVINCITA

Fu un trionfo speciale non soltanto per la vittoria nell’ultimo atto, ma anche per il cammino precedente. Vien da dire, visto il valore delle avversarie, che il suo Wimbledon Jana lo aveva già vinto prima. In quel torneo c’erano tutte le grandi dell’epoca, nessuna esclusa. C’erano Steffi Graf e Monica Seles, Conchita Martinez e Lindsay Davenport, le (giovanissime) sorelle Williams, Mary Pierce e Martina Hingis. Proprio contro la svizzera, la ceca di Brno si prese una delle rivincite tanto sperate e sognate nelle notti più lunghe, quelle che non vogliono passare mai: 6-4 6-4, un punteggio chiaro, rotondo, senza nessuna possibilità di replica. Mandata in archivio quella partita, tutto diventò evidente persino a lei, che i dubbi se li portava sempre in tasca. A quel punto, non poteva fallire.

UN DOLORE FIERO

La vita non fu tenera, con Jana. Soltanto un anno e qualche mese dopo il trionfo a Church Road, giocò la sua ultima partita nel Tour, perdendo contro Silvia Farina a Stoccarda. Poi decise che era giunto il momento di ritirarsi, perché in fondo aveva avuto dalla carriera tutto quello che desiderava. Non il numero 2 al mondo, non i 104 tornei vinti tra singolo e doppio, ma un solo torneo, quello della vita: Wimbledon. Fu inserita nella International Tennis Hall of Fame nel 2005, accanto alle leggende dello sport che amava. Il 19 novembre del 2017, le agenzie di tutto il mondo mandarono ai giornali la notizia della sua morte, poche righe per comunicare che Jana era volata in cielo, a soli 49 anni. In pochi sapevano della sua malattia, solo gli amici più stretti, la compagna, i familiari. Il tennis tutto, senza eccezioni, rimase senza parole, travolto dalla perdita di una delle sue donne più belle e più fragili. Una donna che non aveva mai nascosto lacrime e debolezze, contrapponendovi sempre, tanto nella gioia quanto nel dolore, una fierezza d’altri tempi.