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DI GIUSEPPE, IL FUTURO È ADESSO

Pubblicato il 23 luglio 2019

Inizio del nuovo Millennio: Martina Di Giuseppe è una ragazzina tra le più promettenti d’Italia, nel 2003 vince la Coppa Lambertenghi (under 12) affascinando il pubblico con giocate di classe, con tocchi di fino che le sue avversarie a quel tempo nemmeno possono permettersi di pensare. Martina fa tutto in maniera semplice, osservarla da vicino è un piacere per gli occhi di ogni vero appassionato. Fa parte di una nidiata che potrebbe combinare qualcosa di importante, che potrebbe dare un seguito alle fortune del movimento femminile guidato da Schiavone, Pennetta & Co. Invece poi qualcosa si inceppa. Quelle smorzate giocate con disinvoltura, quei rovesci tagliati così anacronistici, quel ricercare la rete con insistenza per dare un senso al suo tennis e assecondare la sua natura, diventano componenti di un puzzle impossibile da mettere assieme. Anche perché in mezzo, in un quadro di per sé già complicato, si mettono pure gli infortuni, che non la risparmiano.

LA SVOLTA DI BUCAREST

Nel 2015, quando ha già compiuto 24 anni, chiude la stagione al numero 710 Wta, e non è che in precedenza avesse ricavato chissà cosa dalle sue presenze nel Tour. Si contano due titoli in singolare, entrambi in tornei da 10 mila dollari di montepremi, datati 2009. Poco, nulla, per una col suo talento. Eppure non smette di crederci, la ragazza dal tennis fatato. Nel 2016 riparte dal basso dei 10 mila, ne vince altri due a distanza di sette anni dai primi. Dodici mesi più tardi passa ai 25 mila, e comincia davvero a scalare la classifica: top 400, poi top 300, quindi nelle prime 200 a fine 2018. Un sogno, per chi credeva di aver ormai perso il treno. Ma il bello deve ancora arrivare. Il 2019 segna le sue prime presenze nei tabelloni di qualificazione delle prove dello Slam, ma soprattutto segna vittorie su giocatrici di valore come Olga Danilovic e Anna Blinkova. Quando approda a Bucarest per giocare le qualificazioni, non ha mai messo piede in un main draw del Tour maggiore. Ma stavolta la storia cambia: vince tre incontri senza perdere un set, vola in tabellone e non si ferma più: Lepchenko, Kudermetova (con l’aiuto della sorte) e Krejcikova finiscono al tappeto, per la semifinale più dolce che si potesse immaginare.

TOP 150 WTA A 28 ANNI

Improvvisamente tutto ha un senso. Le fatiche nei momenti più duri, nel 2011 e nel 2014 (ma pure in seguito), diventano un ricordo sbiadito e tutto sommato utile a raccontare una storia anomala fatta di tenacia e classe, di voglia di emergere con pazienza senza snaturarsi. Lei che in qualche gesto somiglia a Roberta Vinci, lei che sul veloce potrebbe mettere in crisi tante picchiatrici, si ritrova sulla terra battuta, la superficie dove in fondo è cresciuta e dove sa come muoversi. La sua presenza nel circuito Wta, il suo approdo tra le prime 150 al mondo a 28 anni, sono un primo risarcimento del tempo perduto. Ma potrebbero non essere l’ultimo. Perché adesso che si sta abituando a stare lassù, senza sentirsi fuori posto e senza tremare, Martina può ancora togliersi delle belle soddisfazioni. “Spero che Bucarest – ha detto – sia un punto di partenza, ma pure un traino per le altre italiane che ci stanno provando”. Perché dopo le nostre Fab Four, non è logico e non è normale che questo vuoto ad alto livello duri troppo a lungo. Che possa essere (anche) Martina a colmarlo, è qualcosa che riconcilia con un senso di giustizia, con l’idea che il talento serva sempre e comunque a qualcosa.