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GRACIAS, FERRU

Pubblicato il 9 maggio 2019

Mentre Madrid brucia di passione per Roger Federer, mentre Roma è ormai alle porte, c’è da regalare l’ultimo tributo a un campione che, senza fare la storia come altri, resterà per sempre un esempio di sacrificio, umiltà e dedizione al proprio mestiere. David Ferrer ha giocato contro Alexander Zverev la sua ultima partita nel circuito. Lo ha fatto davanti alla sua gente, con gli occhi lucidi nel vedere l’esibizione d’addio di un ragazzo che giorno dopo giorno ha saputo spostare un po’ più in alto l’asticella dei suoi limiti. “Non mi sarei mai immaginato – ha detto ‘Ferru’ nel suo discorso conclusivo al pubblico spagnolo – un abbraccio come questo da parte della gente, di tutti quelli che mi hanno voluto sostenere fino a tardi e che poi si dovranno svegliare presto per andare al lavoro. Nella mia carriera non mi sono mai sentito bene dopo aver perso un match, ma stavolta è diverso. Stavolta sono felice”.

NUMERO 3 ATP, PARIGI, L’ERBA

David è stato numero 3 del mondo nell’epoca dei Fab Four, e solo questo gli varrebbe un premio alla costanza e alla tenacia. Non ha mai vinto uno Slam, e questo resta forse l’unico cruccio, ma nella sua bacheca trovano posto 27 titoli Atp (tra cui il 1000 di Parigi Bercy) e una finale al Roland Garros (nel 2013, quando perse dal solito Rafa Nadal), oltre alle semifinali raggiunte in Australia e a New York. Ha vinto su ogni superficie, quello che da giovane era considerato un terraiolo puro, persino sull’erba olandese di s’Hertogenbosch, dove ha saputo adattare il suo tennis di contrattacco per tarpare le ali agli attaccanti più avvezzi al veloce. Perché lui, ‘Ferru‘, non si è mai posto limiti. Non ha mai pensato di avere un solo percorso, un solo modo di giocare. Il suo cammino se lo è costruito passo dopo passo, prendendo esempio da molti e diventando un esempio per tutti.

IL TALENTO DI DAVID

Non è un caso che sia tra i più amati del circuito, tanto dai colleghi quanto dalla gente. Magari il suo tennis non sarà stato spettacolare come quello di Federer o efficace come quello di Djokovic. Ma una forma di talento, ‘Ferru’, ce l’ha avuta eccome: quello di chi lavorando duro riesce a trarre il meglio da ogni singolo colpo, da ogni esperienza e da ogni minuto di lavoro. Persino il glaciale (ma sarà davvero così freddo?) Sascha Zverev, al momento del match-point, ha incoraggiato il pubblico a sostenere il suo avversario, dimostrandogli così tutto quell’affetto che nessuno nel circuito si è mai permesso di far mancare. “Non ho mai vinto qui a Madrid – ha continuato l’iberico – e non ho mai vinto il Roland Garros. I miei trofei li tengo tutti a casa, ma in fondo sono solo oggetti. Quello che davvero mi porterò con me di questa lunga avventura è l’affetto che ho sentito attorno durante il viaggio, l’amore che anche stavolta mi avete dimostrato”.

ORA LA SUA ACCADEMIA

Ferrer ha già aperto (con il fratello) una sua accademia vicino ad Alicante, e precisamente a Javea, dove i suoi sogni sono passati di mano ai tanti giovani aspiranti professionisti che da lui cercano di prendere esempio. Tra loro, anche un italiano, Raul Brancaccio, che da Torre del Greco si è spostato in Spagna proprio per carpire qualche segreto da quel campione gentile, già capace di ispirare parecchi sportivi in ogni parte del mondo. ‘Ferru’, quel nomignolo scandito a gran voce da una Caja Magica rimbombante di gratitudine, resterà inciso nella storia del tennis come sinonimo di applicazione, di capacità di esplorare i propri limiti. Una qualità che non finisce negli albi d’oro, ma che finisce dritta nella mente di ogni agonista. Compresi quelli che, da oggi in poi, sapranno da chi prendere spunto per dar voce ai propri sogni.