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16 VOLTE RAFA

Pubblicato il 11 settembre 2017

Per uno che era stato dato per finito varie volte, negli ultimi anni, non è affatto male: sedicesimo Slam vinto, terzo a New York, secondo stagionale, con una esibizione perfetta di fronte a quello che era sì un outsider e quindi più o meno condannato alla sconfitta, ma che è stato messo in un angolo con tutte le sue ambizioni da una prestazione senza alcun dubbio, alcuna sbavatura. Rafa Nadal domina Kevin Anderson e rimette le cose a posto. Nel senso che legittima la sua posizione di numero 1 del ranking mondiale, in un 2017 nel quale era già tornato padrone del suo Roland Garros, vinto per la decima volta. A New York, invece, i dubbi erano molti, molti di più. E tutto sommato non sono svaniti nemmeno di fronte alla valanga di ritiri giunta alla vigilia del torneo. Perché Roger in fondo stava sempre lì, nella sua metà di tabellone e pronto – sembrava – per una semifinale da mandare direttamente ai libri di storia. Ma c'erano pure il talento di Dimitrov, la classe di Del Potro, l'esuberanza dei Next Gen. Nulla. Nulla di tutto questo ha fermato il maiorchino, che nel suo percorso in realtà ha schivato molte delle schegge impazzite, incontrando solo giocatori fuori dai top 20. E che quando le ha dovute incrociare (vedi 'Delpo') ha mostrato una condizione degna di un numero 1.

Quella condizione che a inizio Us Open pareva balbettante, con set persi qua e là a sottolineare in rosso tutte le perplessità – legittime – della vigilia. Ma si sa che uno Slam è lungo, complesso, trova proprio nel percorso varie sfaccettature. E allora ecco la crescita (prevedibile), la forma che piano piano torna a essere quella dei giorni migliori. Gli avversari che cadono alla distanza, come birilli troppo fragili per rimanere in piedi di fronte a tutte quelle bordate. Per chiudere col capolavoro: una finale in cui Rafa si è messo un obiettivo principale in testa, disinnescare il servizio del rivale. Obiettivo raggiunto praticamente subito, malgrado dodici ace in tre turni di servizio dello spilungone sudafricano. Nadal gli ha concesso campo in risposta, ben sapendo che quella era la strada per trovare subito la chiave più efficace e instillare dubbi nella testa di uno che con la battuta, molto spesso, ci vince le partite. Stavolta no: il primo break al settimo gioco è stato come aprire un argine per far passare un fiume in piena. Da quel momento, la partita non ha avuto storia.

Sedici Slam fanno impressione, per quel ragazzo partito da Manacor con la voglia di diventare il più forte, ma inizialmente così tanto legato alla terra da farlo presentare al pubblico come un potenziale dominatore sì, ma solo di una parte di stagione. Invece oggi, a 31 anni (5 in meno di Roger), Rafa si porta a tre sole lunghezze di distanza dallo svizzero, proprio nella stagione che lo vede separarsi da colui che lo ha creato come tennista e come campione: zio Toni. Dal 2018 Nadal partirà per una nuova avventura con Carlos Moya, che è già da tempo al suo angolo ma che adesso prenderà le redini in maniera più decisa, mentre Toni si dedicherà all'accademia aperta per cercare e forgiare altri futuri campioni. Una sfida stimolante per la nuova coppia, che considerato il panorama generale del vertice in questo momento, potrebbe portare ancora titoli pesanti nell'immediato futuro. In attesa che i Next Gen scaldino i motori come si deve, ci sono Murray e Djokovic che devono ricaricare le batterie (e chissà se mai lo faranno del tutto), c'è un Federer che a 36 anni deve guardarsi bene dal chiedere troppo al proprio fisico, per evitare di chiudere la carriera per volontà di un infortunio. E c'è un Nadal che guarda tutti dall'alto al basso, che lascia parlare ma che intanto non smette mai di lavorare su se stesso: è questo, in fondo, il segreto dei suoi 16 Slam.