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NADAL-ANDERSON, SENZA PARAGONI

Pubblicato il 9 settembre 2017

Facciamo il gioco dei paragoni. Basta mettere insieme i risultati ottenuti nel solo 2017 da Rafael Nadal per fare una carriera da campione. Finale agli Australian Open, vittoria al Roland Garros e un'altra finale (per ora) agli Us Open. Il tutto condito da 49 vittorie su 54 partite giocate, altri tre titoli del circuito (tra cui due Masters 1000) e il numero 1 del ranking riconquistato. Ce n'è in abbondanza per stare tra i Top a lungo e venire ricordati per anni. E ce n'è in effetti molto di più, in una singola stagione, di quanto mai totalizzato in 10 anni di carriera pro dall'altro finalista di New York, Kevin Anderson. Il gigante sudafricano, nato a Johannesburg nel 1986, ha costruito il suo tennis sui 203 centimetri di statura e sul gioco che ne deriva: grandi bordate dal servizio in primis. Con queste armi è arrivato una volta sola nei quarti di finale a livello major (proprio a New York, nel 2015, quando superò Murray al 4° turno e fu sconfitto da Wawrinka) in 38 occasioni, collezionando poi “soltanto” una buona serie di ottavi di finale. Tre, per finire, sono i titoli Atp che ha conquistato in tutta una vita sul circuito, nemmeno l'ombra di un Masters 1000.

 

Nadal invece è a quota 15 Slam, non così lontano dai 19 di Re Federer. Soprattutto se consideriamo che le previsioni di chi gli immaginava una carriera breve a causa del tennis logorante, si stanno dimostrando tutte sbagliate. A 31 anni compiuti in giugno, il nipote di Toni è lì ancora a smazzare diritti e rovesci migliorando giorno per giorno come fosse quel ragazzino che era al primo titolo major, 12 anni fa (Roland Garros 2005). Certo, ha molti cerotti in più, le ginocchia tremebonde di chi ha dovuto fermarsi spesso per gli scricchiolii, ma è ancora lì a farsi illuminare gli occhi dalle luci di New York. Come nel 2010, quando con 8 titoli già all'attivo completò il Career Grand Slam vincendo anche gli Us Open, nonostante tutti dicessero che non era cosa per lui. La porzione di stagione sbagliata, la superficie inadatta, la programmazione sbilanciata… dicevano. E invece lui per smentire tutti vinse, tornò in finale l'anno dopo e rivinse ancora un'altra volta nel 2013.

 

Cambierà il co-protagonista, questa volta, sull'Arthur Ashe Stadium. Perché tutte le volte che Nadal è arrivato in fondo, dall'altra parte della rete c'è sempre stato Novak Djokovic. Questa volta no: se va bene Nole sarà davanti alla tv con in braccio la secondogenita. Questa volta, dopo aver battuto Juan Martin Del Potro in semifinale, Rafa dovrà disinnescare le prime di servizio di Anderson, l'uomo delle occasioni prese al volo. Sì, perché il sudafricano è già a suo modo il vincitore di quel mini-torneo a sé che è stato la parte bassa del tabellone newyorkese. Senza Djokovic, Wawrinka, Raonic, Nishikori e con il forfait all'ultimo minuto di Murray che ha liberato un altro gradino, là sotto s'era creato un buco che è diventato per molti un'opportunità grossa come una voragine. Querrey, Schwartzman, il nostro Paolo Lorenzi. E l'ultimo a sperare in ordine di tempo è stato Pablo Carreno Busta, battuto in semifinale proprio da Anderson. Certo, tra la carriera di Nadal e quella del sudafricano non ci sono raffronti possibili, come non ci sono nell'abitudine a giocare certe partite. Eppure quello dei paragoni è solo un giochino della vigilia. Poi bisogna giocare (e vincere) a tennis.