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RINASCERE DOPO I TRENTA

Pubblicato il 4 marzo 2014

Tre semplici motivi per dire che Roger Federer sarà tra i grandi protagonisti del 2014: nuovo stile di gioco, libertà di pensiero, nessuna pressione.

La vittoria di Dubai non è stato il canto del cigno di un immenso campione della racchetta. Lo svizzero ha dato dimostrazione di aver cambiato marcia ed essersi lasciato definitivamente alle spalle il 2013, uno degli anni peggiori della sua carriera. Non si è solo limitato a recuperare un set di svantaggio, prima a Novak Dyokovic e poi a Tomas Berdych, ma lo ha fatto sotto una veste nuova.

Attaccare. Sulle qualità tecniche di SirRoger e sulla “pulizia” di tutti i fondamentali del gioco del tennis non vale la pena sprecare nessuna goccia d’inchiostro. È uno dei giocatori da manuale, da videocassetta per novelli apprendisti. Il nativo di Basilea non ha modificato, a livello sostanziale, il suo credo. Non è passato di colpo a usare due mani per il rovescio oppure a lanciare la palla per il servizio con effetti diversi. Roger è sempre Roger. O meglio, quasi sempre Roger.

A tutti è apparso chiaro quanto lo svizzero abbia modificato la sua propensione all’attacco. Non solo per le discese a rete, molto più frequenti del solito così come alcune prime palle “più pesanti”, bensì per la volontà di lasciare il proprio avversario il massimo tempo possibile sulla difensiva. Fa niente se un rovescio in più finirà in corridoio oppure se un dritto passerà qualche centimetro più in là della riga di fondo. È un rischio che vale correre ed è un rischio-calcolato.

Spieghiamoci meglio: quando un giocatore è in affanno oppure lontano dalla propria condizione ideale aumenta la sua propensione al rischio. Cerca, con un colpo in più, di allontanare le debolezze tecniche o di preparazione. Per Roger non è così. Sarà stato per la vicinanza con il nuovo coach Stefan Edberg, un attaccante nato dal momento che ha messo il muso fuori dalla pancia della mamma, ma Federer si è calato in un’altra veste. Un giocatore d’attacco quando il tennis moderno è figlio del difensivismo. Solo con una tecnica sopraffina e una velocità di colpi da campione si può puntare oggi a far saltare il banco; costringere gli avversari sempre a ribattere, sempre a pensare di essere sotto pressione. Proprio come faceva lo svedese durante gli anni ’90.

Libertà di pensiero. La tecnica deve sempre andare di pari passo con la mente. Ora Roger sembra più rilassato, anche nei tratti di sofferenza del viso durante la partita. In questo momento è più vicino al numero 10 del mondo piuttosto che al numero 1. Una statistica che certo non piacerà a uno sportivo nato per collezionare record su record ma che non lo costringe a pensare assiduamente ai punteggi. È consapevole che il suo numero 8 è solo un “pettorale” di gioco. Lui ha i colpi dei top class e non ha bisogno di una griglia con cognomi, nomi e numeri per ricordarglielo.

Assenza di pressione. Era dal 2012 che non batteva i primi giocatori del mondo, esattamente dalla finale di Cincinnati contro Noel Djokovic. Poi tanta sofferenza ma anche un piccolo risultato ad Halle, dodici mesi fa sull’erba. La vittoria di Dubai (la 6ª del torneo) gli ha permesso di portare a quattordici (14!) gli anni consecutivi in cui l’ex numero uno al mondo ha vinto almeno un torneo ATP. Quattordici. Complessivamente parlando, nella sua personale bacheca ha 78 titoli, terzo di tutti i tempi dietro solo a Jimmy Connors e Ivan Lendl.

Qualcuno deve aver ricordato allo svizzero questi numeri. E magari ha aggiunto una piccola frase: “Vai e divertiti e non dimenticare di attaccare”. Che sia stato Stepan, un biondino di Västervik?

Photo credit: federtennis.com