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Amélie Mauresmo, lezioni di coraggio

Pubblicato il 14 dicembre 2021

Vincitrice di due Slam, numero 1 del mondo, coach di successo sia nel circuito femminile, sia in quello maschile. E, da qualche giorno, prima donna direttrice del Roland Garros. Amélie Mauresmo, già inserita nella Hall of Fame, continua a fare la storia, unendo capacità, orgoglio e ambizione.

Amélie Mauresmo è una donna che ama le sfide. E che quelle sfide ama vincerle. A cavallo tra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo millennio era una delle giocatrici più forti del mondo: in quel periodo vinse due prove dello Slam (Australian Open e Wimbledon, entrambi nel 2006), raggiunse la prima posizione del ranking Wta, si mise al collo una medaglia d’argento olimpica e alzò una Fed Cup con la Nazionale francese. Eppure, quando raccoglieva quei trionfi, in tanti la additavano come una ragazza fragile, timorosa, persino poco vincente rispetto al suo potenziale.

Non era ancora l’epoca social (per fortuna, verrebbe da dire), altrimenti chissà quante cattiverie le sarebbero piovute addosso. Ma anche evitando il megafono della rete, Amélie non poteva considerarsi protetta e non restava certo indifferente alle critiche. Non era fragile, era (ed è ancora oggi) semplicemente una persona sensibile, che però partendo da quella sensibilità ha saputo costruire la propria forza.

L’AVVENTURA DA COACH CON ANDY MURRAY

Terminata la carriera da professionista, ha avviato quella da coach. E anche in questo caso ha saputo far cambiare idea ai propri detrattori. Non tanto per la sua esperienza al fianco di Vika Azarenka o di Marion Bartoli (quest’ultima datata 2013), quanto per la successiva, all’angolo di Andy Murray. Una partnership foriera di risultati importanti e durata all’incirca due anni, dal 2014 al 2016. Se vedere una donna allenare un’altra donna era tutto sommato normale, lo era molto meno affiancare un figura femminile a uno dei migliori giocatori del circuito Atp.

Né Murray, né la stessa Mauresmo, giustamente, si posero il problema della questione di genere. Ma la stampa ne parlò parecchio, facendo notare la singolarità della scelta dello scozzese, prima, durante e dopo la conclusione del rapporto. Lo ha rimarcato di recente, Amélie, in un’intervista che rievocava quel periodo.

“All’inizio non mi sentivo a mio agio – ha spiegato – perché alcuni giocatori del Tour, così come alcuni componenti dei loro staff, sembravano non prendermi troppo sul serio. Ho imparato sul campo il mestiere di coach e ho imparato come reagire alle critiche. Ho capito che non mi attaccavano per come facevo il mio lavoro, ma semplicemente perché ero una donna. La cosa mi aiutò, in qualche modo: sentivo più responsabilità e sentivo di poterla sopportare”.

Una collaborazione come quella, in sostanza, non si era mai vista. Ad altissimo livello, solo Jimmy Connors aveva avuto una donna come coach, ma si trattava della madre Gloria, che fin dall’inizio dell’avventura sportiva del figlio era stata una presenza determinante. Dunque era difficile sorprendersi, ed è impossibile azzardare un paragone tra le due esperienze.

DAL 2015, NELLA HALL OF FAME

Murray, nonostante una chiusura del rapporto non totalmente serena, ingaggiando Amélie Mauresmo come guida tecnica seppe abbattere un tabù, mettendo l’accento sul merito invece che sul genere. In sostanza, fece la cosa giusta.

Veniva dalla chiusura della collaborazione con Ivan Lendl, lo scozzese, e vide nella transalpina una presenza tecnicamente affidabile e umanamente rassicurante, in grado di incanalare il suo carattere vulcanico sui binari corretti. Persino mamma Judy approvò senza riserve: per tutti, si trattava della scelta giusta in quel momento. E la ex numero 1 del mondo, in un ruolo tutt’altro che agevole, dimostrò di saper guidare anche un campione, dopo aver guidato delle campionesse.

Giocatrice in grado di arrivare in cima al mondo, coach di successo nel circuito Wta come in quello Atp. Cos’altro? Intanto, mentre allenava Murray, Amélie Mauresmo fu inserita nella Hall of Fame (era il 2015), l’approdo che per tutti significa immortalità tennistica, persino oltre i risultati del campo. Ma la francese ha continuato a cercare sfide, ha continuano a volerle affrontare e a volerle vincere. L’ultima è arrivata dopo le dimissioni di Guy Forget nel ruolo di direttore di uno degli eventi più importanti al mondo, il Roland Garros. Mai, prima del 2021, una donna era andata a dirigere lo Slam parigino, così ancora una volta è toccato a lei colmare questo gap.

PRIMA DONNA DIRETTRICE DEL ROLAND GARROS

Gilles Moretton, presidente della FFT (la Federazione francese) l’ha chiamata e lei ha risposto presente. “In un misto – ha spiegato – di orgoglio, gioia e ambizione”. Che sono i tre pilastri sui quali ha fondato la sua carriera e le sue scelte.

L’orgoglio di mostrare le proprie capacità, abbattendo i pregiudizi. La gioia di poter lasciare qualcosa di bello alla gente, che sia l’emozione del suo magico rovescio a una mano o la soddisfazione di un’organizzazione impeccabile. Infine, l’ambizione di voler arrivare a toccare il vertice, per non avere rimpianti.

Il Roland Garros – ha aggiunto la nuova direttrice – per me è stato l’inizio di tutto. A 4 anni, sedevo davanti alla televisione ammirando quell’evento e sognando di diventare una professionista. Poi è stata casa mia, nel percorso giovanile, e lì ho persino vinto il titolo Under 18. Quindi sono stata giocatrice su quei campi, spettatrice, commentatrice. Ho vissuto il torneo in tutti i ruoli possibili. Per questo, dirigerlo sarà un onore. Si tratta già di una manifestazione straordinaria, ma cercheremo di farla crescere ulteriormente, lavorando sui dettagli. Sono consapevole che sto uscendo dalla mia ‘comfort zone’, ma ho tante idee che voglio sviluppare, non vedo l’ora di metterle in pratica”.