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Storie di perdenti di successo

Pubblicato il 15 settembre 2021

C’è il vecchio numero 1 che si scopre umano, come Jimmy Connors. C’è chi si perde tra i suoi mille talenti, come Henri Leconte. C’è chi è perseguitato dalla sfortuna, come Juan Martin Del Potro. Ecco perché, quando un campione fatica, si avvicina maggiormente alla gente. Ecco perché Novak Djokovic ha trovato il supporto che cercava nel momento più duro.

Uno dei ricordi più nitidi che resteranno di questi Us Open appena conclusi sono le lacrime di Novak Djokovic, mentre il pubblico gridava a gran voce il suo nome. Piacere alla gente è sempre stato un obiettivo e al contempo un cruccio (mai davvero ammesso) dell’attuale numero 1 del mondo, che ha trovato proprio nel momento più difficile l’appoggio tanto atteso e mai arrivato in altre circostanze, quelle in cui vinceva. Un appoggio che lo ha portato a dire di aver vissuto, pur nella sconfitta, una delle esperienze più indimenticabili della sua carriera. Potrebbe sembrare curioso, in realtà è un processo naturale: la massa normalmente sta con gli ‘underdog’, quelli che partono sfavoriti, a meno che non ci sia di mezzo il tifo per la propria nazione. Ma quando un campione comincia a mostrarsi umano e rivela le sue debolezze, allora ecco che la vicenda si capovolge. È accaduto con Djokovic, in maniera abbastanza clamorosa, ma è accaduto pure in passato ad altri personaggi simbolo del mondo del tennis. Un mondo nel quale, spesso, vittoria e popolarità non vanno di pari passo.

CONNORS E GLI US OPEN 1991

Accadde qualcosa di simile a Jimmy Connors, che nei suoi anni d’oro non era amatissimo e spesso si ritrovava col pubblico contro per i suoi atteggiamenti, diciamo così, poco inclini al fair play. Nella parte finale della carriera, tuttavia, Jimbo cominciò a rendersi più simpatico perché aveva perso quella sicurezza granitica che in precedenza lo aveva reso spocchioso al limite dell’arroganza. Quando cominciò a prendersi meno sul serio, e banalmente quando cominciò a perdere più frequentemente di quanto vinceva, la gente si accorse che tutto sommato avrebbe meritato pure un certo sostegno. L’apoteosi arrivò agli Us Open del 1991, con un Connors 39enne che fece il miracolo di arrivare in semifinale dopo una serie di battaglie epiche. Il pubblico americano impazzì, lui pure. Era un concentrato di adrenalina che travolgeva qualsiasi avversario, almeno fra quelli possibili. Poi arrivò Jim Courier, che era di un’altra categoria, e la bella storia terminò senza lieto fine. Il fatto è che ogni appassionato si stava rendendo conto che quelle erano le ultime chance di vedere un grande campione competitivo al massimo livello, e col suo tifo voleva in qualche modo cercare di fermare il tempo.

LECONTE E I TALENTI SMARRITI

Di storie come quella di Connors ce ne sono tante altre, più antiche e più recenti. Una crescita della popolarità nella parte finale della carriera viene riservata un po’ a tutti: accadde a Pete Sampras, accadde ad Andre Agassi, e in qualche modo persino al freddo Ivan Lendl. Poi c’è un’altra categoria che piace al pubblico, quella dei perdenti di successo. Quella composta da quei personaggi che giocano molto bene, che hanno talento, ma che spesso si smarriscono nelle loro mille possibilità. Uno di loro era Henri Leconte, il genio francese che fu numero 9 del mondo ma che non riuscì mai a cogliere un titolo del Grande Slam in singolare. Arrivò in finale al Roland Garros nel 1988, perse contro Mats Wilander (uno che piaceva meno, anche perché vinceva troppo spesso), poi si prese una Davis con la Francia nel 1991 e lasciò il tennis con mille rimpianti e milioni di fans. Gente che in lui si poteva ritrovare, perché rivedeva nel mancino d’Oltralpe tutte quelle debolezze tipiche del non professionista, contrapposte alla solidità tecnica e mentale di atleti già allora programmati per vincere.

DEL POTRO, SIMBOLO DEGLI SFORTUNATI

Un’ultima categoria nel gruppo dei tennisti più amati è ben rappresentata da un giocatore contemporaneo, ancorché a lungo fuori dal Tour: Juan Martin Del Potro. È la categoria degli sfortunati. Di coloro che per qualche motivo vengono traditi dalla sorte e devono lottare con i problemi fisici, prima che contro gli avversari. In questo caso l’elenco sarebbe infinito, ma Del Potro è un ottimo esempio. Quando vinse gli Us Open del 2009 battendo in finale Roger Federer, tutti pensammo di assistere alla consacrazione di un fenomeno destinato a rimanere a contatto coi grandi per anni. Invece cominciò un calvario di operazioni dal quale l’argentino non è ancora uscito. Nel mentre, la sua popolarità non solo non è diminuita, ma per paradosso è persino aumentata, sfruttando la sindrome del ‘cosa sarebbe accaduto se’. Ossia quella tendenza un po’ malinconica che porta a considerare una carriera parallela del campione di turno al netto degli infortuni, carriera immaginata sempre più abbondante di successi di quanto sarebbe lecito e logico ipotizzare. Come ha ben riassunto in un’intervista il toscano Paolo Lorenzi, “Il tennis è uno sport di perdenti, dove quasi tutti perdono ogni benedetta settimana”. Sarà per questo che poi il pubblico spesso si appassiona agli sconfitti, lasciando i modelli vincenti nella loro solitudine dorata.