blog
home / BLOG / Carla Suarez Navarro, il tennis come medicina

Carla Suarez Navarro, il tennis come medicina

Pubblicato il 26 marzo 2021

Carla Suarez Navarro pensava di aver contratto il Covid-19. Invece ha dovuto fare i conti con il linfoma di Hodgkin, con la chemioterapia e con i sei mesi più difficili della sua vita. Adesso, mentre si prepara al rientro, pensa alle Olimpiadi di Tokyo ma non solo. Perché persino i medici che l’hanno curata l’hanno invitata a prolungare una carriera che lei immaginava di chiudere nel 2020.

Aveva problemi di stomaco e si sentiva debilitata, pensava di aver contratto il Covid. Invece, il primo settembre del 2020, due giorni prima del suo trentaduesimo compleanno, Carla Suarez Navarro postava un videomessaggio sui suoi canali social. Non da un campo da tennis, bensì da un letto di ospedale. “I medici – diceva – mi hanno diagnosticato un linfoma di Hodgkin e per questo dovrò fare chemioterapia per sei mesi. Sto bene, sono tranquilla e spero di tornare presto a competere”. Una delle giocatrici più amate del circuito femminile si trovava improvvisamente alle prese con la sfida più importante e più difficile della sua vita. Senza poter fare nulla, se non affidarsi alle cure degli specialisti. Una cosa però, in realtà, Carla ha continuato a farla senza mai smettere: pensare al tennis, che è sempre stato il suo mondo, come al suo futuro. Pensare al rientro non solo e non tanto alla vita normale di ogni giorno, quanto alle corse su quel rettangolo di gioco che le ha consegnato negli anni vittorie e libertà.

LA CHEMIOTERAPIA E GLI ALLENAMENTI

Il 21 settembre ecco la prima immagine della chemioterapia, costantemente documentata per dimostrare che non c’era nulla da nascondere, che il coraggio di affrontare il problema sarebbe stato parte integrante del trattamento. Il 9 ottobre un altro scatto, capace di colpire in modo particolare tutti i suoi sostenitori perché era il primo con i capelli tagliati quasi a zero. Nessuna traccia, tuttavia, di tristezza o preoccupazione. Solo un cambio di look, in fondo, per fare in modo che neppure la propria immagine riflessa nello specchio potesse instillare nella testa il dubbio di una qualche rassegnazione. Il 6 novembre, nemmeno un mese più tardi, il primo segnale di ripartenza: una seduta di allenamento in palestra, come quando si preparava per un torneo del circuito. Come quando nei suoi pensieri c’era un’avversaria in carne e ossa da affrontare, e non qualche cellula impazzita nel suo sangue di atleta. Il 6 dicembre, infine, un altro passo decisivo: il ritorno in campo per qualche colpo insieme all’amica Sara Errani.

QUELLA FINALE A MIAMI

Arriviamo dunque al 2021, alle ultime settimane. Prima la notizia più attesa, quella della conclusione della chemioterapia. Poi, proprio mentre cominciava quell’appuntamento di Miami che nel 2015 la vide splendida finalista (sconfitta soltanto da Serena Williams), Carla ha fatto sapere al mondo che si stava davvero preparando per tornare. Un’altra sessione in palestra, stavolta ben più intensa e già col pensiero rivolto a un rientro nel Tour ormai sempre più vicino. Rivedere poi, anche solo per qualche secondo, il meraviglioso rovescio a una mano che ha usato spesso come arma impropria per conquistarsi punti e trofei, apre il cuore. E fa pensare che davvero questa ragazza possa ora conquistarsi, oltre alla sua vita e al suo futuro, anche qualche altro trofeo, qualche altra impresa degna di essere raccontata.

OBIETTIVO: OLIMPIADI DI TOKYO

Con un best ranking di numero 6 Wta raggiunto nel 2016, Carla Suarez Navarro ha in bacheca due titoli del circuito maggiore e può forse provare il solo rammarico di non essere mai andata oltre i quarti di finale di uno Slam. La ragazza nata a Las Palmas il 3 settembre del 1988 aveva immaginato il 2020 come l’anno del suo ritiro. Ma siccome la vita ha sempre un po’ più fantasia di noi, ecco la pandemia, la sospensione del circuito, poi quella diagnosi che ha cambiato il suo modo di vedere il futuro. “Non voglio – ha spiegato – che la gente si ricordi di me per via di un’immagine scattata dentro a un ospedale. Vorrei tornare in campo, vorrei giocare le Olimpiadi di Tokyo. E anche se il percorso è lungo, io ci credo”. Ad attenderla, per un doppio che avrebbe buone chance, c’è la connazionale Garbine Muguruza, che la segue e la incoraggia costantemente. In fondo, per lei, il tennis è già da considerare come una medicina. Persino i medici che le hanno aggiustato le cellule impazzite le hanno suggerito di non smettere, di proseguire nella sua carriera, perché questo la aiuterebbe a lasciarsi definitivamente alle spalle il tumore. Lei, da ragazza attenta quale è, pare abbia raccolto l’invito accantonando – per adesso – l’idea di appendere la racchetta al chiodo. E chissà che questo non sia l’inizio di una nuova storia, un premio dopo sei mesi pieni di domande.