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L’importanza di essere Challenger

Pubblicato il 28 luglio 2020

Il tennis senza i Challenger sarebbe come un albero senza radici. Furono i primi a fermarsi lo scorso 23 febbraio, giorno in cui fu cancellata la finale di Bergamo. Ecco perché è giusto che siano i primi a ripartire, dal prossimo 17 agosto. Ecco perché vanno curati come se fossero i tornei più importanti al mondo.

Il nome stesso, che rimanda al concetto di sfida, dice tutto: i Challenger, a lottare, sono abituati. E spesso è una lotta per la sopravvivenza, non dissimile da quella di chi li gioca. Il primo torneo al mondo sospeso per l’emergenza sanitaria (che di lì a poco si sarebbe evoluta in pandemia) è stato proprio un evento di questo circuito, sul sintetico del Palasport di Bergamo, rimasto orfano della finale dopo una settimana tutto sommato normale, terminata nel modo più triste. Oggi, quando la ripartenza è qualcosa in più di una speranza, sono sempre i Challenger a indicare la strada. Sì perché, una volta cancellato l’Atp di Washington, dal 17 agosto saranno gli appuntamenti di Todi e di Praga ad assegnare i primi punti validi per il ranking dopo cinque mesi di congelamento totale.

I MAGNIFICI SEI

In tutto ciò, l’Italia si conferma leader. Si tornerà a Todi, che oltre a essere un luogo meraviglioso è stato già teatro degli Assoluti, la manifestazione che ha rimesso in moto la macchina tennistica tricolore. Poi si andrà a Trieste, Cordenons, Parma (nella categoria dei 125, i più ricchi della lista), Forlì e Biella. I nostri circoli e gli organizzatori, che da anni fanno miracoli per mantenere questi eventi, non si sono arresi al coronavirus. Non solo: spesso hanno raddoppiato gli sforzi tanto che, invece di trovare quelle diminuzioni di montepremi che sarebbero state logiche e comprensibili, siamo persino di fronte a degli aumenti. Una benedizione, per tutti i tennisti di seconda fascia che stavano aspettando una ripresa del Tour.

NUOVE REGOLE

Le due recenti cancellazioni di altrettanti tornei a Orlando, in Florida, non sorprendono considerata la situazione attuale degli Stati Uniti e in particolare dello stato in questione. E non devono nemmeno essere prese come campanello d’allarme, perché la maggior parte del nuovo calendario avrà l’Europa come fulcro. Nel frattempo, l’Atp ha allargato le maglie delle regole imposte nel 2019, con l’obiettivo di dare a tutti la chance di tornare in campo ma allo stesso tempo lasciando ai circoli maggiore libertà. La novità dunque, almeno in alcuni casi, sarà la formula: per esempio in Umbria il main draw tornerà a essere a 32 giocatori, ma con le qualificazioni a 16 e con una durata complessiva di nove giorni (sabato-domenica). Qualcosa di diverso rispetto al modello a 48 più 4, su sette giornate, in vigore prima del lockdown.

PARTECIPAZIONE

Mentre la pandemia dilagava, inoltre, l’Itf ha dato vita al primo panel dei giocatori della sua storia (nel quale è presente anche un italiano, il calabrese Francesco Vilardo), un organo che dovrebbe consentire agli atleti di avere finalmente voce in capitolo nelle decisioni adottate dai vertici. Proprio la mancanza di rappresentazione nelle stanze dei bottoni è stato il cruccio dei Challenger (o meglio, dei tennisti da Challenger) nelle stagioni passate, ma adesso le pressanti richieste che arrivano periodicamente in questo senso non possono più essere ignorate. Perché proprio dai circuiti minori arrivano tutti i campioni, senza nessuna eccezione. Perché questi appuntamenti rappresentano la linfa dell’intero movimento. Tagliarli, o peggio non considerarli degni di attenzione, sarebbe come curare un albero trascurando la salute delle sue radici: un fallimento annunciato.