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Il tennis secondo Toni

Pubblicato il 10 dicembre 2019

Toni Nadal, lo zio-coach più famoso del tennis mondiale, racconta in esclusiva la filosofia dell’Academy di Manacor, dove sta tentando di scovare i talenti del futuro”.

Secondo Toni Nadal, il tennis è una cosa semplice, ma per farlo capire servono spiegazioni dettagliate. Il risultato dipende dalla quantità e qualità del lavoro, ma in egual misura dalla materia prima a disposizione. E in questo senso, di certezze sul futuro non ne possono arrivare, da lui come da tutti gli altri coach che nell’Academy di Maiorca ogni giorno lavorano per costruire i nuovi Rafa. “Non possiamo dire se i giocatori che alleniamo – spiega lo zio più famoso del mondo del tennis – sapranno recepire allo stesso modo le indicazioni che diamo, perché quello è un fatto strettamente personale. Ma certamente, nell’Academy che abbiamo creato, abbiamo come obiettivo principale quello di riprodurre il lavoro che è stato fatto con Rafael quando era bambino prima e adolescente poi. Bisogna però, in questo percorso, trovare atleti dal gran potenziale, con la stessa voglia di imparare che aveva mio nipote. Il lato positivo e stimolante è che sappiamo perfettamente cosa può funzionare, e vogliamo trasmetterlo a tutti coloro che ci provano, sognando di ripercorrere il medesimo cammino”.

GIOVANI DI IERI, GIOVANI DI OGGI

Rafa è stato fenomeno di precocità, ed è tuttora in pista cercando ogni giorno di limare i propri difetti. Il tennis, però, dal 2003 a oggi è cambiato. “Sì – conferma Toni –, il tennis è cambiato parecchio. Rafael ha continuato a migliorare lungo tutta la sua carriera, ma adesso c’è più tempo per fare risultati, rispetto a quanto accadeva 20 anni fa. Basta ricordare che nel 2017 mio nipote giocò la finale degli Us Open contro Kevin Anderson, il quale fece il suo miglior risultato passati i 30 anni. Vediamo tanti giocatori che hanno continuato a migliorare fino alla fine della loro carriera o quasi. Prima non succedeva. Adesso si è allungato il periodo in cui una persona può continuare a fare sport a livello pro, e un giocatore di 23 anni è giustamente considerato molto giovane, con tanto tempo davanti a sé per migliorare. In Accademia di questi ragazzi ne abbiamo molti”.

DA MUNAR A RUUD

Chi sono dunque questi talenti? E da dove vengono? “Intanto – sottolinea Toni – siamo contenti del lavoro che abbiamo intrapreso, stiamo cercando di aiutare il massimo numero di giocatori a realizzare il loro sogno. Sappiamo che non è facile arrivare al professionismo e non saprei dire chi potrà vivere di tennis tra quelli che abbiamo nel gruppo, ma di certo noi non diamo nulla per scontato e ci proviamo ogni giorno. Fare dei nomi non è mai semplice. Tra quelli già arrivati nel mondo dei pro c’è Jaume Munar, che è un ragazzo interessante su cui lavorare, ma abbiamo altre promesse in Spagna che potranno emergere ad altissimo livello. Per esempio Carlos Alcaraz Garfia, che in un futuro non lontano potrà salire molto nel ranking. Feliciano Lopez, Ferrer, Bautista-Agut e compagnia avranno presto il loro ricambio. Tra gli stranieri, abbiamo il norvegese Casper Ruud, che è un bravissimo ragazzo e può diventare un ottimo giocatore. Continua a seguirlo suo padre, ma si allena spesso con Rafa e noi gli diamo una mano per la programmazione. In passato faceva parte del gruppo Christian Garin (ora tornato in Cile, ndr), un altro elemento dal potenziale importante”.

LA NUOVA DAVIS

Il futuro della Spagna oltre Nadal, dunque, non è scontato ma è legato alla volontà dei singoli di fare sacrifici. “Le possibilità attuali della Spagna – anche non è carino dirlo – sono legate soprattutto alla presenza di Rafael, che è il numero 1 del mondo. Ma vantiamo pure un altro top 10 come Roberto Bautista-Agut e tanti buoni giocatori: non a caso si è appena vinta la Davis. Quanto al format della competizione, a me piaceva la Davis di prima, ma evidentemente non funzionava più. E quando qualcosa è rotto bisogna sistemarlo, se non lo si vuole buttare via. In questa edizione abbiamo visto che quasi tutti i migliori hanno partecipato, a parte qualcuno che difendeva i propri interessi. Ma queste assenze a mio avviso non si ripeteranno in futuro. Io ho parlato con diversi giocatori e la rivoluzione in generale è piaciuta, perché è tutto più agile e permette di concentrare le energie in poco tempo. Mancano alcuni giorni di gara, per questo abbiamo avuto il problema degli orari e dei campi disponibili. Ma l’identico problema l’ho visto e vissuto personalmente pure negli Slam, in Australia e negli Stati Uniti, anche se certamente è un dettaglio che bisogna sistemare. Del resto, non è facile nei mesi di novembre e dicembre incontrare un luogo dove si possa giocare su più campi coperti. A Piqué e agli organizzatori va riconosciuto di avere avuto coraggio, e noi che frequentiamo il circuito tutto l’anno dovremmo cercare di aiutarli a trovare le soluzioni ai vari problemi che si presentano. Per quanto mi riguarda, spero che la competizione resti a Madrid più a lungo possibile, mi pare una città perfetta per questo evento”.