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MEDVEDEV FILES

Pubblicato il 26 settembre 2019

L’uomo del momento non può che essere lui. Per chi avesse perso il conto, dal 29 luglio scorso Daniil Medvedev ha messo in fila questi risultati: finale a Washington, finale a Montreal, vittoria a Cincinnati, finale agli Us Open e vittoria a San Pietroburgo. Che vuol dire aver portato a casa 24 delle ultime 27 partite. Una striscia che è valsa al moscovita il numero 4 del mondo, non lontano dalla terza piazza di Federer. E che gli ha consegnato un primato virtuale, più importante ancora di quelli numerici: tra i giovani è proprio il russo emigrato in Costa Azzurra l’unico che ha dimostrato di non avere nessuna paura di fronte ai Fab 3. Sarà per la fiducia accumulata al crescere del rendimento del suo tennis così atipico, sarà per un approccio che di natura è piuttosto disinvolto, ma è ormai chiaro che Daniil scenda in campo ogni volta con la consapevolezza di poterli battere tutti. In qualche frase dalla sua Russia, dove complice l’aria di casa è stato ancora più loquace del solito, ecco tutto il Medvedev-pensiero.

IL POST US OPEN

“Dopo le due settimane di New York non ho giocato a tennis per una settimana. Ho letto qualche notizia, ho visto qualche match, dunque non sono rimasto completamente a digiuno, senza vedere una racchetta. Però la verità è che ho riposato più che ho potuto. Con mia moglie Daria siamo stati in vacanza in Montenegro e ci siamo rilassati. La popolarità? Non avrebbe alcun senso nasconderla, è entrata di prepotenza nella mia vita negli ultimi tempi e non posso fingere che non esista. Ma la cosa davvero importante è restare vicino alle persone che amo, restare lo stesso di sempre”.

I FAB 3

“Sono certo che abbiano studiato il mio gioco, e soprattutto i miei difetti, anche tempo fa, quando non ero top 10 e mi affrontavano per la prima volta. Del resto questo è uno dei loro punti di forza: non dare nulla per scontato e prepararsi al meglio per ogni avversario, a prescindere dalla classifica. Io sto cercando di imparare da loro, facendo esattamente lo stesso. Questi tre fenomeni hanno riscritto la storia del nostro sport: quando Sampras raggiunse il suo 14° titolo Slam, si diceva che nessuno avrebbe potuto superarlo per lungo tempo. Sono passati pochi anni e tre giocatori hanno frantumato quel primato, un dato che rende perfettamente l’idea. Da loro si può imparare davvero tanto, vedendoli giocare e affrontandoli direttamente. Per esempio, nel primo testa a testa contro Rafa ho racimolato tre game, uscendo dal campo deluso e arrabbiato. Ma la seconda volta, solo poche settimane dopo, ho cambiato qualcosa e lui non ha chiuso così facilmente…”.

LA MOGLIE E IL TEAM

“Daria ha giocato a tennis fino a 18 anni, e per la verità se la cavava piuttosto bene. Non ricordo esattamente quale fosse il suo ranking, ma sarà stata numero 50 di Russia, dunque può capire cosa succede quando sei impegnato ad alto livello. Sicuramente anche lei è emozionata quando scendo in campo, ma il punto è che le eccessive emozioni non mi hanno mai aiutato, né quelle che mostro io mentre gioco, né quelle che posso scrutare in tribuna, nel mio box. Quindi in accordo col team abbiamo deciso di fare tutti uno sforzo in più per lasciarmi tranquillo, per evitare che mi innervosisca. Sul fatto che mia moglie sia stata decisiva nella mia maturazione sportiva, vi voglio raccontare questo aneddoto. Eravamo al torneo di Washington, giusto un anno fa, mi stavo allenando con Lucas Pouille: decidiamo di fare un set e lo perdo 6-0, pur lottando su ogni singolo 15. Arrivo da mia moglie sconsolato e lei mi dice convinta che ho tutte le chance di poter diventare un top 10. ‘Che dici? Un top 10?’. Mi pareva una follia. ‘Tu non hai idea di quanto sia difficile’, le ripetevo. Invece aveva ragione lei.

LA RUSSIA E LA NAZIONALE

“Penso che la Russia abbia buone chance di vincere la Coppa Davis, così come la prossima Atp Cup del gennaio 2020. È vero che giochiamo a Madrid e la Spagna sarà durissima da battere, ma in fondo non siamo lontani dagli iberici, nemmeno prendendo in considerazione il ranking medio dei primi tre giocatori. Giocare per la Nazionale è una cosa totalmente diversa da giocare per se stessi, e richiede la capacità di saper sopportare una pressione ancora maggiore. Ma se da una parte io ho sempre bisogno di fare un po’ di rodaggio per affrontare le situazioni complicate, dall’altra credo di aver già maturato una buona esperienza nelle precedenti sfide di Davis, dunque mi farò trovare pronto. Per quanto riguarda la Russia, è il Paese dove ho le mie radici ed è lì che ho imparato a giocare a tennis, visto che solo dopo i 18 anni sono andato ad allenarmi in Francia. Mi piace ricordare il periodo con la mia prima maestra, Ekaterina Kryuchkova, che devo ringraziare perché mi ha insegnato una cosa determinante: lottare su ogni singolo punto. Inoltre sono ancora in ottimi rapporti con Ivan Pridankin e Igor Chelyshev, altri due coach che mi hanno accompagnato nella mia formazione. In tutto quello che vedete oggi c’è una grande impronta del lavoro di tutte queste persone. E c’è pure una certa impronta della mia educazione scolastica (Daniil ha frequentato un istituto matematico, ndr), anche se questo ha inciso più sulla mia vita che sul mio tennis”.