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KYRGIOS, EQUILIBRIO INSTABILE

Pubblicato il 5 agosto 2019

“Dove servo? Sul diritto, sul rovescio o in pancia?”. L’ultima trovata di Nick Kyrgios è il tennis interattivo, parente stretto del coaching ma non sanzionabile per mancanza di un elemento chiave: il coach. Nel titolo vinto a Washington, in finale su Daniil Medvedev, il più folle giocatore del nostro tempo ha messo in scena l’ennesima dimostrazione di classe e l’ennesima esibizione da showman, stavolta però nella sua versione positiva. Dimenticatevi di Roma, delle sedie buttate in campo, delle tante volte in cui Kyrgios è stato un esempio negativo da censurare. Stavolta, nel ‘500’ americano, dal talento aussie sono giunte solo prodezze. In campo, come è ormai consueto, e fuori. Come quando ha fatto partecipare attivamente gli spettatori delle prime file, chiedendo loro la direzione della battuta prima dei match-point. Una trovata che fa il paio con l’attenzione posta alla promozione del suo sport tra i ragazzi durante tutta la settimana, per un 24enne che forse ha solo bisogno di levarsi di dosso le sue (tante) insicurezze, per diventare davvero grande.

INTRATTENITORE (E/O) PROFESSIONISTA

Cosa significhi poi diventare grande per lui resta, al momento, un mistero. Forse non i risultati in sé, messi parecchie volte in secondo piano rispetto ai colpi e al puro ‘entertainment’. Forse non la classifica, oggi tornata comunque a essere dignitosa: numero 27, che diventa 18 nella Race. Forse, per Nick, diventare grande significa piacere al pubblico, e allo stesso tempo prendere consapevolezza del suo ruolo, che non è solo e per forza quello di intrattenitore, ma pure quello di professionista. Parola troppo spesso sconosciuta a un uomo con la capacità di concentrazione di un adolescente. Vederlo giocare (meglio se dal vivo) resta in ogni caso un’esperienza da provare prima possibile. Anche perché con uno così non si può mai esattamente sapere quanto potrà durare lo stato di grazia, o più semplicemente la carriera. I tweener giocati quando non ce ne sarebbe assolutamente bisogno, i no-look, i diritti di puro polso (attenzione, che prima o poi potrebbe pagarli fisicamente), i colpi al salto e i servizi dal basso, tanto per dirne alcune, sono trovate che scaldano i cuori, e soprattutto sono qualcosa di profondamente diverso da quello che abbiamo visto ad alto livello negli ultimi vent’anni e passa.

I FUNAMBOLI IN VETTA

Di funamboli, in realtà, il circuito è pieno. Basta pensare a Dustin Brown, il tedesco-giamaicano che dello show ha fatto un suo punto di forza. Ma trovare un funambolo che può battere i migliori e vincere uno Slam, questo è decisamente un altro discorso. Non lo è stato Marat Safin, che pure nel suo periodo migliore ne ha combinate di tutti i colori, mostrando però la sua ‘anomalia’ più nell’atteggiamento che nei colpi. Non lo è stato Marcelo Rios, capace di disegnare il campo e di inventare tennis, ma sempre entro canoni tutto sommato classici. Lo è stato in qualche misura John McEnroe, lui sì rivoluzionario pure nei colpi (come quel servizio che in tanti hanno tentato di copiare, dando un dispiacere alla loro schiena), ma molto attaccato alle vittorie, più che al divertimento del pubblico. Forse l’unico degli ex numeri 1 che potrebbe ragionevolmente essere messo a confronto con Kyrgios resta dunque Ilie Nastase, il primo della lista dei migliori da quando esiste il ranking Atp. Il rumeno che sapeva esaltare con le sue invenzioni, e che non di rado rinunciava a un punto per qualcosa che potesse restare nella memoria di chi stava guardando. Kyrgios è lontanissimo dall’essere numero 1, lontanissimo dagli Slam. Ma arrivare lassù dipende in gran parte da lui.