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MA DOVE È FINITO SHAPOVALOV?

Pubblicato il 18 luglio 2019

Due partite vinte in quattro mesi, e un 2019 che non ne vuole sapere di decollare. Associare la parola crisi al rendimento di un ventenne che ha già lasciato il mondo a bocca aperta per le sue qualità è esagerato, ma è agli occhi di tutti che nel tennis di Denis Shapovalov qualcosa non sta funzionando. La sconfitta al primo turno a Wimbledon è stata solo l’ultimo campanello d’allarme di una stagione che l’ha visto raccogliere poche certezze e seminare tanti interrogativi. Grazie a un tennis meraviglioso, regalo di madre natura e di mamma Tessa, che ne ha forgiato in prima persona il rovescio a una mano, il canadese biondo sembrava destinato a far impazzire il mondo, invece sta collezionando una battuta d’arresto dietro l’altra.

A CACCIA DI UNA FINALE

E pensare che ad aprile aveva toccato per la prima volta la Top 20 Atp grazie alla semifinale a Miami, la terza a livello Masters 1000, regalandosi una sfida contro Federer sognata – parole sue – per tutta la vita. Il problema è che una volta realizzato quel desiderio, che un Roger versione guastafeste ha fatto durare appena una settantina di minuti, Shapovalov si è inceppato. Da allora ha vinto 2 delle successive 11 partite, perdendo subito sia a Parigi sia a Wimbledon, tanto che il suo miglior risultato in uno Slam resta quello degli ottavi agli Us Open, nel 2017, quando vinse sei match partendo dalle qualificazioni. Come se non bastasse, il suo “gemello” Felix Auger-Aliassime – che pure ha iniziato l’anno fuori dai primi 100 – l’ha già agguantato e superato, mostrando un tennis che a detta di molti ha più futuro. Denis è ancora a caccia della prima finale ATP, unico fra i Top 30 a non averne mai giocata una.

TUTTO TROPPO IN FRETTA

Tutte eventualità che assecondano le teorie di chi nutre qualche dubbio sul suo tennis. Non se ne può discutere la qualità, che miscela perfettamente classe, mano, imprevedibilità e un pizzico di sana follia, ma è fuori discussione che quello di Shapovalov sia un gioco fra i più “difficili” del circuito, perché richiede un alto tasso di rischio e in cambio offre poche certezze. Il puzzle che gli permette di rendere al meglio è composto da numerosi tasselli, ognuno di uguale importanza, non ultima la condizione fisica. In più, come ha ammesso lui stesso a sua parziale discolpa, nella sua carriera è successo tutto troppo in fretta, e si è trovato catapultato in mezzo ai grandi da un giorno all’altro, da quando nel 2017 arrivò in semifinale a Montreal a 18 anni, da numero 143 al mondo, battendo Del Potro e poi Nadal. Anche per questo, è fisiologico che Denis abbia bisogno di più tempo rispetto ad altri per maturare e trovare la quadra.

ALTI E BASSI

Di certo non sarà mai il più continuo del mondo, perché per chi di tennis percentuale non ne vuole sentire parlare (grazie a Dio, nel suo caso) gli alti e bassi sono il prezzo da pagare, ma ciò non significa che debba essere destinato a una carriera fatta soltanto di exploit. Può lavorare per migliorare gli alti, e far sì che questi picchi lo portino a vincere i tornei del Grande Slam; e può limare i bassi, evitando di passare settimane senza vincere una partita. Peccati che tutto sommato a vent’anni sono considerabili veniali, con l’augurio che dietro l’angolo ci sia un risultato pronto a far dimenticare tutto. L’estate americana dietro l’angolo è il momento ideale, così come un cemento più amico del suo tennis rispetto sia alla terra, sia a quell’erba che l’avrà pur visto trionfare a Wimbledon Junior, ma che nel circuito Atp gli ha regalato tre vittorie in tre anni. Sugli ‘hard court’ americani, invece, Denis ha già mostrato di saper essere protagonista e può farlo di nuovo, supportato dalla capacità innata di trascinare il pubblico dalla sua parte, per usarne l’entusiasmo come benzina. Lo spera lui, ma anche il mondo del tennis intero. Perché uno come Shapo non può diventare… sciapo tutto d’un tratto.