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DAVIDE E GOLIA

Pubblicato il 16 gennaio 2019

La storia, vecchia di tremila anni, l’ha raccontata molto bene Malcolm Gladwell, giornalista e scrittore americano, nel suo libro ‘David and Goliath’. Il pastorello senza armatura, che va a combattere contro il più forte, il più alto e il più corazzato dei suoi nemici, e che vince il duello utilizzando l’unico mezzo a sua disposizione: una fionda. La leggenda vuole dirci che spesso gli ‘underdog’ riescono a scalfire le resistenze dei favoriti. E che spesso non contano altezza, forza, prestanza atletica, per mettere in ginocchio le resistenze altrui. Ma l’analisi di Gladwell e del suo libro ci dice altro. Ci dice che è sbagliato considerare Davide sfavorito, è sbagliato considerare Golia già vincitore. Perché Davide ha dei vantaggi che non si notano a prima vista, mentre Golia ha debolezze che riesce a nascondere con la sua stazza.

43 CENTIMETRI DI DIFFERENZA

La partita tra Thomas Fabbiano e Reilly Opelka, secondo turno dello Slam down under, non è stata altro che questo. E si è risolta come si risolse quella sfida di tremila anni fa. Sul campo numero 13 di Melbourne Park è andata in scena una versione moderna e aggiornata di Davide e Golia, con il pugliese nei panni del piccolo ‘underdog’ e l’americano in quelli di un ‘Golia’ incagliato nella sua stessa arma principale: l’altezza. Il buon Reilly è il grattacielo del Tour, almeno se parliamo di tennis di vertice: 213 centimetri al servizio (è il caso di dirlo) di un gioco robusto ma falloso. Ché altrimenti, fosse pure regolare, ci sarebbe di che inventarsi un modo per farlo partire ad handicap. Fabbiano, che di centimetri ne conta 170 a essere generosi, ha cercato di rispondere quando ha potuto, ha cercato di muovere il suo avversario portandolo su terreni dove si sarebbe trovato poco a suo agio.

FABBIANO MIGLIORE IN BATTUTA

Ed è stato quando ha perso il primo set per 17-15 al tie-break, che il pugliese ha cominciato a costruirsi il suo piccolo grande capolavoro. Le certezze di Opelka al servizio si sono sgretolate al primo break, mentre al secondo hanno cominciato a trasformarsi in vera e propria paura. La paura di colui che sa di avere una sola arma a disposizione, per battere un ‘nemico’ intelligente, esplosivo e determinato. L’americano è comunque riuscito a trascinare la battaglia al quinto set, a issarsi all’ennesimo tie-break, ma nemmeno grazie a 67 ace (contro 2) ha portato a termine vittoriosamente il duello. Perché – ed ecco spiegata l’analisi di Gladwell – in realtà il rendimento migliore in battuta è stato proprio di Fabbiano: 122 punti vinti su 166 giocati. Contro un 118 su 168 del suo avversario. Sorpresa? Relativa, perché la battuta da sola non è nulla, e soprattutto non è solo conto degli ace. È ciò che sta a contorno (uscita dal servizio, reattività, gioco di volo, tocco) a essere determinante per dare un senso pure ai grandi battitori. Non è un caso, in fondo, che Opelka abbia battuto Isner all’esordio: in quel caso si giocava ad armi pari. “Contro Fabbiano – diceva un preveggente Reilly alla vigilia – sarà diverso”. La paura mostrata in campo si leggeva già da quella frase.

SEPPI AVANTI, ORA TIAFOE

Il capolavoro del ragazzo di Grottaglie (ora atteso da Grigor Dimitrov) ha fatto passare un po’ in secondo piano un altro bellissimo risultato per il tennis italiano. Andreas Seppi ha macinato pure l’australiano Thompson al secondo turno, con un rapido tre set a zero che lo proietta a un passo dagli ottavi, dove arriverebbe battendo Frances Tiafoe, a segno a sorpresa su Kevin Anderson. Si potrà continuare a dire, come si faceva già vent’anni fa, che il tennis del futuro è in mano ai giganti. In realtà le dinamiche di questo sport dipendono da molti più fattori, e l’altezza è solo uno di questi. Probabilmente, e grazie al cielo, non (ancora) il più importante.