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LO ZAR DI PARIGI

Pubblicato il 5 novembre 2018

Il Masters 1000 di Parigi Bercy ci ha regalato una delle partite più intense dell’anno tra due dei giocatori più forti della storia del tennis, e un vincitore finale che ha vissuto la settimana più bella della sua carriera. Ma la cosa straordinaria è che le due cose non coincidono. Perché a fronte di un Djokovic-Federer che ha fatto brillare gli occhi a migliaia di appassionati, è arrivato Karen Khachanov a mettere tutti d’accordo. Magari approfittando pure della stanchezza di Nole, reduce dalle tre ore da urlo chiuse da trionfatore contro Mister 20 Slam. Ma comunque con un’autorevolezza e una tranquillità tale che vien da pensare a questo titolo come a un inizio, e non certo come a un approdo. Perché Khachanov, oggi numero 11 Atp a soli 22 anni, ha un paio di caratteristiche letali se abbinate: tira fortissimo, con una palla pesante come pochi altri hanno nel Tour, ma sa pure “spagnoleggiare” da fondo quando serve, dando ai suoi colpi quel tanto di spin che basta per tenersi un buon margine di sicurezza.

TRA RUSSIA E SPAGNA

Un mix che è un prodotto della sua storia, a metà tra la Madre Russia e la Spagna, terra che lo ha accolto per diventare campione. Karen si allena a Barcellona, e per diverso tempo ha avuto come coach lo spagnolo Galo Blanco, uno che da professionista è rimasto sempre ben lontano dalle zone alte del ranking, ma che con i suoi mezzi limitati sapeva vincere le partite. Oggi, pur rimanendo in Catalogna, il russo è tornato al fianco di Vedran Martic, l’ex coach di Goran Ivanisevic, che fu il suo primo allenatore quando Khachanov approdò in Europa alla ricerca di una situazione favorevole per coltivare i suoi sogni. Proprio con questa combinazione di fattori, pare aver trovato la strada giusta per esprimere un potenziale da top 10. “Questa vittoria – ha detto subito dopo aver alzato il trofeo nella capitale transalpina – per me vale tutto. Ho lavorato duramente per trovarmi qui e chiudere la stagione in questa maniera è qualcosa di inimmaginabile”. Karen sa bene cosa vuol dire la parola sacrificio, ed è tutt’altro che una macchina sparapalle. Appassionato di letteratura e di scacchi, sta continuando a studiare per costruirsi un piano B che però, al momento, non sembra debba servirgli.

NON È UNA METEORA

Nella storia del torneo indoor di Parigi Bercy, nato nel 1968 e collocato a fine stagione, ci sono diversi giocatori che sono stati in grado di arrivare in fondo con l’etichetta di sorprese, a volte chiudendo da finalisti e a volte da vincitori. L’ultimo esempio è stato l’americano Jack Sock, a segno sul serbo Krajinovic nell’ultimo atto del 2017. Ma stavolta, con Khachanov, non siamo di fronte allo stesso tipo di sorpresa. La sensazione che lascia questa settimana sotto la Tour Eiffel è quella della scoperta di un personaggio che – con questo titolo – si avvia verso una carriera di primissimo livello. Apparentemente non c’è nulla che possa spaventarlo: non gli avversari più forti, non una superficie troppo lenta o troppo veloce. Perché nel suo bagaglio tecnico possiede tutte le soluzioni per mettere in atto le giuste contromisure e vincere le partite. Con una stabilità mentale e caratteriale che è molto lontana da quella di tanti suoi connazionali.

IL FUOCO DI NOLE

Intanto, Khachanov a parte, Parigi ha potuto ammirare una partita – quella tra Djokovic e Federer – che è già stata inserita tra le più belle del 2018. Perché Roger, dopo un periodo di semi-appannamento, ha ritrovato il suo tennis migliore, elegante e redditizio allo stesso tempo. Un tennis che però non è bastato di fronte a un Djokovic galvanizzato dalla riconquista della poltrona di numero 1 del mondo. Lo scontro tra titani che per tre ore ha monopolizzato l’attenzione del mondo della racchetta ci dimostra due cose. La prima: sarebbe meglio evitare di dare per cotto Re Roger ogni volta che vive un leggero calo di rendimento, perché la sua storia ci ha insegnato che la ripresa ai massimi livelli è sempre dietro l’angolo, e che nemmeno lui conosce bene i suoi limiti. Ammesso che con il ‘Migliore di sempre’ si possa usare questo termine. La seconda: Djokovic è sicuramente tornato la migliore versione di se stesso sotto il profilo tecnico e atletico, ma questo di per sé non lo metterebbe al riparo da inciampi. La differenza sta tutta nel fuoco che il serbo ha dentro, e che dimostra in ogni quindici, in ogni corsa e in ogni sguardo. A Londra ne vedremo delle belle.