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UNA GIOIA INTERROTTA

Pubblicato il 9 settembre 2018

La finale femminile degli Us Open 2018 ce la ricorderemo per il motivo sbagliato. Non per la prima volta della splendida Naomi Osaka, capace di portare il suo Giappone a vincere uno Slam quando nessuno, uomo o donna, in precedenza ci era riuscito. Ce la ricorderemo per la tensione, per le lacrime, per le proteste, per una Serena Williams forse mai così furiosa in tutta la sua carriera, dove pure gli episodi controversi non sono mancati. Riavvolgiamo il nastro. L’inizio partita ha una sola grande protagonista: Naomi. Che riesce a imporre un tennis pesante e pure in difesa non si perde, anzi. Due dati che assumono un valore inestimabile se pensiamo a chi c’è dall’altra parte della rete. Eppure Serena non cede di un millimetro, sa che il confronto può sempre girare. Sa che vincere uno Slam non è cosa banale, anche se sei a un passo dal farlo.

IL COACHING DI MOURATOGLOU

Così c’è lotta, in un bel match che potrebbe diventare lo spot positivo di uno Us Open femminile altrimenti piuttosto piatto. Invece no. Invece accade l’esatto contrario. Accade che Serena si becca un warning per coaching (poi ammesso da Patrick Mouratoglou) e da quel momento perde la testa. Dice che quel coaching non c’è mai stato, e che ciò che sta accadendo è una follia. Siamo nel secondo game del secondo set, e da qui parte l’escalation. La seconda violazione arriva nel quinto game, quando l’americana distrugge la sua racchetta. La terza, che significa penalty game, si palesa sul 4-3 Osaka, ed è causata dall’attacco diretto all’arbitro Carlos Ramos. Definito ‘ladro’. In termini di regolamento, le sanzioni sono corrette, ma mamma Williams non ci sta, e a seguirla c’è buona parte del pubblico dell’Arthur Ashe, che aspettava di godersi il record di Slam della sua regina.

L’INCONTRO DIVENTA CORRIDA

È in quel momento, quando l’incontro diventa corrida e quando salta qualsiasi schema predefinito, che emerge una qualità straordinaria della Osaka. Una dote che le potrebbe consentire di non lasciare solo questo primo trofeo dello Slam. Naomi, probabilmente, dentro di sé è già parecchio confusa, per non dire disillusa da una conclusione che in fondo è quella che sperava, ma che allo stesso tempo vede tanto diversa. Eppure continua a spingere come se nulla fosse accaduto e in una manciata di minuti si prende la partita, il trofeo, la vittoria sul suo idolo d’infanzia nello Slam che stava in cima alla lista dei suoi sogni. Un atteggiamento da campionessa affermata, da una che quando è in campo vede solo l’obiettivo, cancellando il contorno. Bello o brutto che sia. Ma la vicenda così particolare torna alla ribalta un secondo dopo il 6-2 6-4 definitivo. Torna fin dalla premiazione, quando Serena deve prendere il microfono e chiedere al pubblico di smettere di protestare, e di applaudire la vincitrice come merita. Torna nelle parole di una Osaka intimidita come una bambina al primo giorno di scuola, che si scusa con la gente per aver detto di no a quel record che tutti volevano.

TALENTO E UMILTÀ

Prosegue in due conferenze stampa surreali. In particolare quella di una Williams che prima rende giustizia all’avversaria (“ha meritato di vincere”), poi rimette il dito nella piaga con affermazioni discutibili: “Preferirei perdere piuttosto di barare. È questo che ho detto al giudice di sedia. Io non ho barato, e in più sono sicura che un uomo non sarebbe stato sanzionato, per aver dato del ladro all’arbitro. Questa che conduco è una battaglia per le pari opportunità tra uomini e donne. Stavolta non è servita a me, ma spero che in futuro sia utile ad altre giocatrici”. Doveva essere lo Slam di Naomi Osaka, sarà lo Slam della sconfitta di Serena Williams. Ma la realtà è che il tennis ha trovato una nuova stella, una ventenne giapponese di padre haitiano che è già un personaggio da copertina. Che unisce talento e umiltà. Le qualità dei più grandi.