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LA RINCORSA DI ROGER

Pubblicato il 16 ottobre 2017

Quando si parla di Roger Federer come del più grande di sempre, c'è un'obiezione che è francamente difficile da ignorare. Quella che mette in evidenza gli scontri diretti tra il basilese e Rafa Nadal, nettamente a favore del maiorchino. Ma persino in questo caso, a dispetto di una distanza che fino a poco tempo fa sembrava incolmabile, adesso lo svizzero può pensare di portare il bilancio su livelli accettabili. La prova? Gli ultimi cinque match, tutti finiti nelle mani di Re Roger, con Rafa che attende un successo da quasi quattro anni. Sì, quattro, avete letto bene. L'ultima volta di Nadal con le braccia al cielo risale all'Australian Open del 2014. Da quel momento, solo sconfitte per lui, solo vittorie per l'elvetico, a segno negli ultimi tre casi senza perdere un set.

Così oggi, dopo l'ultima sfida andata in scena a Shanghai, Federer si trova sotto sì, ma con un quasi accettabile 15-23. In mezzo ci sono altri otto incontri per colmare il divario, ed è difficile ipotizzare una rimonta completa. Ma se solo Roger si avvicinasse ulteriormente, avremmo un testa a testa quasi in equilibrio, e non un dominio nadaliano come quello che si configurava fino al 2014. Quel dominio che faceva gioco ai tifosi di Rafa nel portare il loro beniamino un passo avanti allo svizzero sempre e comunque. A prescindere dagli Slam. Di certo c'è che era (ed è tuttora) complicato parlare del 'più forte di sempre' con la consapevolezza che lo stesso giocatore si trova un contemporaneo più forte di lui, almeno quando si ritrovano uno contro l'altro.

Ma cosa è cambiato, in questi ultimi anni, per invertire la tendenza? Intanto – come ha fatto notare lo stesso Federer in una battuta ben riuscita, peraltro con una buona dose di verità – non c'è più stata di mezzo la terra battuta. Superficie sulla quale Nadal ha vinto 13 volte su 15, cedendo solo nel 2007 ad Amburgo e nel 2009 a Madrid, in entrambi i casi con condizioni più rapide di quelle che di solito si trovano sul mattone tritato. Ma c'è di più. C'è che nel frattempo Roger si è convinto che il suo rovescio coperto può essere un'arma efficace in ogni circostanza, e quindi pure di fronte al rivale più temuto. Ljubicic, in questo senso, ha avuto un ruolo decisivo: ha lavorato mentalmente, prima ancora che sulla componente tecnica, per arrivare alla conclusione che quel colpo lì, tanto evitato in passato nei momenti cruciali, doveva essere il colpo della rinascita, della seconda parte di carriera.

Infine, ma non meno importante, c'è il lato emotivo, la componente psicologica. Quando Roger perdeva in serie da Rafa (per tre volte si è ripetuto un doloroso 5-0), sentiva di dover ancora dimostrare qualcosa alla gente. Sentiva di non aver completato il suo percorso, per quanto eccezionale potesse sembrare. Oggi questo sentimento è completamente sparito, cancellato dalle vittorie in un momento della carriera nel quale non si 'deve' vincere per forza, ma si finisce per vincere divertendosi. A un'età in cui ogni titolo vale doppio, ogni successo è un momento da celebrare come unico, ogni pausa è accettata con serenità. La nuova versione della rivalità più bella della storia recente del tennis mondiale sta tutta qui, in questa diversa consapevolezza del giocatore che non dovrebbe mai, vista la sua storia, avere dubbi su se stesso. E che invece ne ha avuti eccome, prima di imboccare la via della stabilità.