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BAD BOY

Pubblicato il 8 febbraio 2017

Se i personaggi positivi della recente avventura australiana si sprecano e c'è solo l'imbarazzo della scelta, da Federer a Nadal passando per Dimitrov, c'è un personaggio negativo che spicca su tutti gli altri. Si chiama Nick Kyrgios e a furia di combinare pasticci, dentro e fuori dal campo, si è giocato gran parte della sua credibilità da possibile futuro campione. Persino i suoi connazionali, da Pat Rafter a Lleyton Hewitt, non sono stati morbidi con lui, e adesso c'è solo da capire quanto margine ci sia ancora per intervenire sulla testa di un ragazzo troppo giovane per essere abbandonato al suo destino, ma non così giovane da essere continuamente protetto e difeso per uscite francamente indifendibili. In sostanza, il buon Nick deve svoltare, e deve farlo in fretta. Altrimenti il basket, quell'opzione che il giovane aussie non manca di estrarre dal cilindro a ogni intervista, rischia di diventare qualcosa in più di una ipotesi lontana.

La prima lacuna che salta all'occhio è forse anche la più grave, e stride clamorosamente con quello che Federer e Nadal, per citare due nomi a caso, stanno portando ad esempio dei colleghi di ogni età e ogni latitudine: Kyrgios ha pochissimo rispetto per il prossimo. Che si parli di arbitro, avversari, giornalisti, coach. Per lui cambia poco: la sensazione, ascoltandolo, è che si senta costantemente al centro del mondo, costantemente in grado di poter catalizzare l'attenzione indipendentemente dai risultati. Rischia pure di non avere tutti i torti, Nick, vivendo in un mondo che è spesso alla ricerca del personaggio a prescindere dalle sue qualità. Ma resta il fatto che il tennis, grazie al cielo, sia ancora sport nel quale contano parole come 'fair play', nel quale c'è un codice di condotta che viene fatto rispettare e che vale quanto un buon diritto.

La seconda lacuna è la scarsa, per non dire inesistente, capacità di adattarsi agli avversari. È pur vero che uno con la sua esplosività e con i suoi colpi da ko potrebbe pure contare principalmente sul proprio tennis, dimenticando chi c'è dall'altra parte della rete. Ma siccome gli avversari non mancano e piano piano stanno cominciando a prendergli le misure, è il caso che Nick butti un occhio nella metà campo opposta, e cominci a capire il significato del concetto di tattica, finora a lui piuttosto oscuro. Va da sé che uno così non potrà mai essere un fine stratega, ma l'aiuto di un (buon) coach potrebbe portarlo a sprecare meno risorse fisiche, a incanalare meglio la sua energia e dunque a ricavare qualcosa in più da un gioco che fino a oggi è apparso spettacolare ma poco redditizio. In questo senso, almeno, una certa apertura c'è stata, quando il nostro ha ammesso che 'sì, se mi guardo intorno tutti hanno un coach, mi sa che dovrò attrezzarmi pure io'.

Kyrgios non diventerà mai Federer o Nadal, se parliamo di attitudine al sacrificio, ma sarebbe francamente un peccato perdere un elemento con questo potenziale. Mentre la campagna NextGen si affanna a cercare nuovi personaggi da far trovare pronti al momento del ricambio generazionale, l'australiano potrebbe essere proprio il collante fra il vecchio e il nuovo. Di un anno più grande rispetto a chi si contende la 'Race to Milan', ma probabilmente già attrezzato per arrivare in fondo a un grande torneo. A patto che cominci a prendere sul serio tutto ciò che gira intorno al mondo dorato dello sport dei pro, tutto ciò che sta dietro la quinte: dagli allenamenti fisici alla preparazione mentale. Di 'bad boys' è piena la storia del tennis. Ma se azzardiamo un confronto con McEnroe e Connors, con Safin e col primo Agassi, c'è comunque una certa differenza. Una differenza che si può riassumere in una parola: talento. Perché quello di Kyrgios sta soprattutto nel fisico, nella capacità di produrre velocità attraverso la sua infinita energia, un po' come faceva Yannick Noah. Quello degli altri stava nel braccio, nella sensibilità e – soprattutto – in una testa da vincenti.