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ATP FINALS CON UN PO’ DI PEPE

Pubblicato il 13 novembre 2016

A poche ore dall'inizio delle Atp Finals di Londra, le idee degli appassionati sono poche ma – come dicevano i professori severi di una volta – in compenso piuttosto confuse. Certezze? I gironi, per esempio, con Djokovic certamente più fortunato di Murray, avendo pescato dall'urna Milos Raonic, Gael Monfils e Dominic Thiem. Mentre dalla parte dello scozzese ci sono Stan Wawrinka, Marin Cilic e Kei Nishikori. Basterebbero le classifiche a dire che la dea bendata ha guardato da una sola parte: nel 'gruppo McEnroe', quello di Murray, la somma dei ranking è uguale a sedici; nel 'gruppo Lendl', quello di Djokovic, siamo a quota ventuno. Ma la vicenda diventa quasi ingiusta se diamo un'occhiata ai titoli Slam dei rivali dei favoriti, o ancora allo stato di forma e alle condizioni fisiche.

Fin qui dunque tutto dice Djokovic, peccato che gli ultimi due mesi abbiano sempre detto Murray. Dall'Asia al ritorno in Europa, ogni giorno post-Us Open ha premiato lo scozzese, fino a portarlo in vetta al mondo. Resta ora da capire quanto questa rincorsa sia rimasta nelle gambe e nella testa dello scozzese, quante energie ci siano ancora nel serbatoio prima di salutare una stagione anomala e durissima. Resta da capire quanta fame abbia il buon Andy, dopo il raggiungimento di un traguardo storico per lui e per il suo Paese. Resta da capire, dal lato di Nole, quanto sia vera questa crisi mai del tutto chiarita. Una crisi che di sicuro c'è, ma che è parsa prima sovrastimata e poi sottovalutata. Una crisi che forse non è soltanto sportiva ma che potrebbe pure riguardare la sfera personale.

Da quando è apparso Pepe Imaz al fianco del serbo, se ne sono dette di tutti i colori. Si è detto che questo Imaz fosse un guru, alla stregua di quel Tia Honsai che spuntò al fianco di Borg nel suo fallimentare rientro al torneo di Monte-Carlo del 1991, quando lo svedese si presentò con una improbabile racchetta di legno. In realtà molti si sono dimenticati di dire che Imaz è stato prima di tutto un professionista (vicino ai top 100) ed è adesso prima di tutto un coach. Un coach che però fa parlare di sé non tanto per le sue strategie sul campo, quanto per il suo motto 'amor y paz', ossia 'amore e pace'. E allora proprio da qui, e da un video spuntato in rete in cui Djokovic assisteva con attenzione a una sorta di sermone del buon Pepe, sono nate una serie di bizzarre teorie sulle attuali vicende del numero 2, ex dominatore ora dato per cotto.

Probabilmente la verità sta nel mezzo. Non nelle rassicurazioni di Novak, perché è chiaro che non tutto stia andando così bene nel suo percorso. Non negli strilli della maggior parte dei media, preoccupati di trovare conferme a una notizia decisamente appetitosa. Djokovic è andato in calando, dopo la sconfitta nel terzo turno a Wimbledon contro Sam Querrey, ma non bisogna dimenticare che in un momento di evidente difficoltà si è messo comunque in tasca il titolo di un '1000' (Toronto) e una finale Slam (Us Open). Roba che a qualsiasi comune mortale sarebbe apparsa come manna del cielo. La curiosità starà soprattutto nel buttare un occhio alla sua panchina, e a come Nole si rapporterà con quell'angolo (Becker, Vajda) messo in discussione di recente.