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LA NUOVA FRONTIERA

Pubblicato il 20 settembre 2016

C'è stato un tempo in cui il tennis era un prodotto quasi esclusivamente occidentale. Un tempo in cui America ed Europa, con l'intrusione dell'Australia, potevano spartirsi organizzazione di eventi, titoli e primati. Poi è arrivata la Russia a creare i primi grattacapi, con Aleksandr Metreveli negli anni Settanta, seguito dai vari Chesnokov, Kafelnikov, Safin, Davydenko. Mentre da qualche anno a questa parte c'è tutta una parte di mondo che, grazie all'apporto di capitali importanti, si sta convertendo alla racchetta e si sta attrezzando per dominare in un futuro non così lontano: l'Asia. Lo ha fatto prima cercando di creare giocatori competitivi, partendo dal Giappone di Kimiko Date (dagli anni Novanta) e dalla Cina di Li Na (unica a vincere Slam). Poi creando tornei a raffica. Da quelli che possono già vantare una tradizione importante a quelli che ogni anno spuntano come funghi nei calendari Atp e Wta. Non meteore, ma eventi destinati a rimanere.

L'autunno che incombe porta dunque con sé il lungo viaggio a Oriente, con le ragazze che sono le prime a sbarcare. Si è già cominciato una settimana fa (mentre gli uomini giocavano la Davis) da Tokyo e Dalian, mentre in questi giorni i campi coinvolti sono quelli di Guangzhou, Seul e nuovamente Tokyo (Premier). Fra una settimana si andrà a Wuhan e Pechino, poi spazio a Hong Kong e Tianjin, mentre a fine ottobre l'evento clou saranno le Wta Finals di Singapore, seguite da un terzetto per chiudere la stagione: Zhuhai, Hua Hin e Taipei. In totale, tredici tornei nel giro di tre mesi. Con America ed Europa che stanno a guardare. Fronte uomini: dal 26 settembre si gioca a Chengdu e Shenzhen, poi spazio ai due '500' di Tokyo e Pechino, quindi al '1000' di Shanghai, prima del ritorno nel Vecchio Continente per il rush finale e le Atp Finals di Londra. In questo caso, cinque appuntamenti da aggiungere ai tredici in rosa, per un totale di diciotto, spalmati in pochi Paesi: Cina e Giappone su tutti.

Se escludiamo alcune aree metropolitane del Giappone, a Oriente manca ancora una vera tradizione tennistica, e chi dà un'occhiata ai tornei se ne rende conto guardando le tribune, spesso troppo vuote per uno spettacolo di questo genere. Eppure qualcosa si muove, forse non ancora per creare una passione generalizzata, ma almeno per creare professionisti in grado di recitare da primattori accanto alle stelle del resto del pianeta. Kei Nishikori è solo l'ultimo di una serie di ottimi giocatori cresciuti dal Paese del Sol Levante, ma anche la Cina è più che mai decisa a dotarsi di un campione, nonostante per il momento abbia trovato poche risorse in campo maschile, a fronte di un movimento femminile tra i migliori al mondo. C'è pure l'India, capace di sfornare ottimi pro a getto continuo, c'è la Thailandia che sta emergendo, ma chi sorprende, tra gli uomini, è la Corea del Sud: 37 elementi nel ranking Atp e soprattutto i primi quattro, compresi tra la posizione 134 e la 345 della classifica, con un'età media inferiore ai 19 anni. Magari Hyeon Chung, quello che perse da Quinzi a Wimbledon juniores, o Duck Hee Lee, prodigio diciottenne per nulla frenato dalla sua sordità, non diventeranno top 10. Ma sappiamo fin d'ora che faranno il possibile per arrivarci. È questa la forza di uomini e donne d'Oriente, è questo che deve preoccupare tutti gli altri.