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Numero 1 d’Italia

Pubblicato il 29 luglio 2016

Qual è la ricetta per diventare numero 1 d'Italia all'età di 34 anni e sette mesi, senza la minima considerazione dei media (almeno fino a dieci giorni fa) e con un talento (sulla carta) inferiore a diversi connazionali? Chiedete a Paolo Lorenzi, potenziale medico strappato alla carriera dalla passione per la racchetta. Di lui ormai si è detto tutto, nelle ultime settimane, complice quel primo titolo Atp a Kitzbühel che lo ha giocoforza portato alla ribalta di un pubblico più vasto, oltre le consuete attenzioni degli appassionati. Paolo si è preso questo risultato (sarà numero 40 al mondo, un posto meglio di Fabio Fognini) approfittando sì delle incertezze altrui, ma soprattutto puntando forte su quelle che erano le sue caratteristiche innate: propensione al lavoro e capacità di migliorare giorno per giorno.

Non è un record assoluto per l'Italia, che quanto a maturazioni ritardate se ne intende. Il primato appartiene a Gianluca Pozzi, mancino barese dal tocco vellutato che nel 2000 aveva 35 anni quando arrivò allo stesso traguardo. Curiosamente, anche il best ranking del pugliese fu di numero 40 Atp, ma arrivò dopo un percorso ben diverso da quello di Lorenzi: a 25 anni il titolo di Brisbane (circuito maggiore) e quindi una carriera a metà tra Atp e Challenger, con un braccio d'oro da esibire soprattutto sulle superfici veloci, erba e cemento. Qui, con Lorenzi, stiamo quasi agli antipodi, ma Paolino si sta togliendo lo sfizio di mettersi alle spalle gente dal potenziale enorme: Fognini certo, ma pure Almagro, Verdasco, Baghdatis, Coric, Gulbis.

È un periodo di passaggio, questo, per il tennis italiano. Con Fognini in cerca di continuità nella stagione che – complice il matrimonio con Flavia Pennetta – lo ha portato a concentrarsi più fuori che dentro al campo. Con un Bolelli fermato dall'ennesima operazione. E con un Seppi in discesa come mai gli era accaduto negli ultimi anni, in attesa di un recupero sui livelli abituali che sentendo il suo staff non dovrebbe tardare. Dietro ci sono i giovani e i giovanissimi, quel gruppetto di ragazzi che sta imparando il mestiere tra un successo e una delusione nel circuito minore. Matteo Donati, Gianluigi Quinzi, Stefano Napolitano, Gianluca Mager, Edoardo Eremin. Evitando di citare quel Marco Cecchinato il cui giudizio sportivo, al momento, è sospeso in attesa di un giudizio di altra natura.

Storicamente i nostri non sono precoci, nel tennis come in altre discipline, e quest'epoca non dev'essere vista certo come un'eccezione, bensì come la regola. Ogni tanto però ci farebbe bene pure trovare qualche talento in erba capace di farci sperare a lungo termine. Capace di farci vivere il suo percorso nel mondo dei grandi creando passione ed entusiasmo come è accaduto in altri sport a personaggi come Valentino Rossi. Ecco, noi il Valentino Rossi del tennis non lo abbiamo ancora trovato e non lo vediamo all'orizzonte. Ci eravamo forse illusi di poterlo intravedere in Quinzi, quando il marchigiano si portò a casa il titolo di Wimbledon juniores. Ma abbiamo capito presto che la sua strada sarebbe stata più complessa del previsto. Ora quindi celebriamo Lorenzi, i suoi 34 anni e sette mesi, la sua voglia di lavorare e l'esempio che porta in dote. Un esempio che tutti gli aspiranti campioni, italiani o meno, dovrebbero copiare.