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Usa today

Pubblicato il 12 luglio 2016

I fratelli Bryan non hanno paura a dirlo: questo potrebbe essere l'anno degli States. Parliamo di Coppa Davis, dell'unica competizione a squadre che il tennis maschile possa proporre. Una competizione che nell'America dello sport fa presa come e più di uno Slam. Perché c'è aggregazione, c'è spirito di gruppo, c'è quell'orgoglio che è da sempre parte del sentimento stelle e strisce. Non la vincono dal 2007, gli Usa, da quando Roddick e Blake riuscirono a stendere la Russia di Tursunov e Youzhny. Da quel momento in poi, il nulla: nemmeno una finale all'attivo e persino il fastidio di alcuni play-off piuttosto complicati per evitare la retrocessione.

 

Un cammino tortuoso che rispecchia ciò che il tennis americano ha prodotto nell'ultimo decennio. Poco, troppo poco per un Paese come quello, che il tennis in fondo lo ha visto nascere al pari degli inglesi e degli australiani. Che ha sempre avuto campioni capaci di attaccare con successo Slam e vetta del ranking: da McEnroe a Connors, da Sampras ad Agassi, per arrivare appunto a Roddick, ultimo yankee in grado di arrivare lassù. Oggi l'America del tennis si deve invece aggrappare a qualche onesto comprimario. Come John Isner, il gigante buono dal servizio bomba, che naviga sì attorno ai top 10 (numero 9 come best ranking, ora 16), ma che ha già 31 anni e come miglior risultato nei Major conta un quarto di finale su 33 partecipazioni. Gli altri? Si chiamano Johnson, Sock, Querrey, Young. E nessuno di loro è destinato a lasciare il segno.

 

Così bisogna pensare alla prossima generazione. Quella di Fritz, Tiafoe, Kozlov e Mmoh, tutti diciottenni con talento da vendere e abbastanza fame – pare – per poter sfondare in un tempo ragionevolmente breve. Contando sul fatto che i 18 anni di oggi non sono certo quelli di una ventina o trentina di stagioni fa, quando a quell'età si era già capito quasi tutto sul futuro di un potenziale campione. Senza scomodare il record di Michelino Chang, trionfatore a Parigi a 17 anni, vale la pena ricordare Sampras che vinse a New York a 19 anni appena compiuti, o Roddick che incassò il suo unico Slam, sempre nella Grande Mela, a 21 anni.

 

A unire le ultime generazioni ci sono dunque sempre loro, i Bryan, ormai 38enni ma sempre vivaci come ragazzini. Chissà se avranno ragione, nel dare così tante chance a questa formazione americana partita senza troppa visibilità e senza troppe speranze, ma arrivata al traguardo dei quarti di finale con una consapevolezza diversa. Perché la Croazia in casa pare avversario gestibile, e pure la vincente di Francia-Repubblica Ceca, in fondo, non partirebbe favorita. Mentre in alto c'è questo Serbia-Gran Bretagna che poteva essere una sorta di finale anticipata, prima che i rispettivi numeri 1 facessero sapere di dover disertare. Un'occasione ghiotta per tutti, Usa compresi. In attesa che rinasca un'altra stella.