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RAONIC, SOGNANDO SAMPRAS

Pubblicato il 9 luglio 2016

Quando Pete Sampras giocò l'ultima sua finale di Wimbledon, vincendola, Milos Raonic era sul divano della sua casa nell'Ontario, qualche chilometro a Nord di Toronto. Era il 9 luglio del 2000, 16 anni fa: i suoi, entrambi ingegneri, si erano trasferiti lì da sette, e Milos giocava a tennis da due. Non aveva impiegato molto per scegliere il suo idolo: Sampras, l'americano dal servizio bomba e dal sangue più freddo del ghiaccio, con tanto di sorrisino e smorfietta sul volto prima di ogni ace. La stessa smorfia e lo stesso sorriso che in molti hanno rivisto in lui, a Wimbledon 2016, mentre batteva Sua Maestà Roger Federer guadagnandosi la prima finale Slam della sua vita, e levando allo svizzero il sogno della corona numero 8 sui prati londinesi.

 

E così il primo grande ballo Slam, per il canadesone di 196 cm e 98 kg, arriva proprio sull'erba più sacra. La più cara per chi dagli Anni '90 in poi ha adorato lo stile e la supremazia di Sampras. Pete vinse 7 volte, proprio come Federer, e proprio contro Federer dovette abdicare, o cedere il testimone, nel 2001 (quarti di finale). E Milos Raonic lo sa. Perché come raccontava il primo coach Casey Curtis, lui sa tutto del tennis e della sua storia: “Leggeva e rileggeva dei campioni del passato, di Kramer, di Pancho Gonzalez, guardava per ore le partite in tv, non gli scappava nulla”.

 

E allora questa semifinale vinta ha un sapore ancor più dolce, perché tiene Roger Federer al livello (numerico) di Sampras – 7 titoli per parte a Wimbledon – e perché può valere un altro, nuovo passaggio di mano. Il tanto atteso e discusso ricambio generazionale. Quelli di un giorno di gloria così, per Milos Raonic, sono i fotogrammi che probabilmente gli sono passati davanti agli occhi nelle lunghe sessioni d'allenamento con papà Dusan, ribattendo colpo su colpo alla macchina lancia-palle nei campi coperti dell'Ontario, a 24 dollari canadesi l'ora.

 

Devono essere perfino le stesse immagini che gli affollavano il cervello quando, pur di fare il professionista, rifiutò una borsa di studio dell'Università della Virginia. Il tutto per diventare, un giorno, come Pete: “Mi è sempre piaciuto – non ha mai nascosto Raonic – come Sampras non perdeva mai il controllo. Da ragazzino, il suo esempio mi ha aiutato parecchio, perché in campo spaccavo le racchette, non smettevo mai di parlare e non facevo altro che buttarmi giù”. Sampras dalla tv gli ha insegnato a controllare quel che poteva, e a lasciar perdere tutto il resto. Su qualche palla break nel quarto set, nella semifinale contro Federer a Wimbledon 2016, sprazzi di quella determinazione e di quello spirito si sono visti eccome.

 

Ora con la sua schiera di coach – Carlos Moya all'angolo, Riccardo Piatti ai box e John McEnroe a fare da “consigliere” per la stagione sull'erba – Milos Raonic punta dritto a quel salto di qualità che in molti fin qui l'hanno accusato di non poter fare. Magari senza arrivare alle altezze di Sampras, che di balzi se ne intendeva e che il suo primo Wimbledon lo vinse a 22 anni scarsi, in concomitanza con la prima finale raggiunta (1993). Ma di soddisfazioni Slam, Raonic, se ne può togliere: magari abbozzando lo stesso sorrisino che ha visto tante volte in tv, sul volto del suo idolo.