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L’anno del grande slam?

Pubblicato il 22 maggio 2016

Ventinove anni, nel tennis moderno, sono l'età della piena maturità, della consapevolezza. L'inizio della parte migliore. Se uno ci arriva avendo vinto undici titoli dello Slam, la Coppa Davis, 64 tornei del circuito, e avendo ben salda la leadership del ranking mondiale, è chiaro che l'obiettivo da qui in avanti sia di gareggiare per la storia. Una storia in cui Novak Djokovic è già ben presente, sul campo e fuori, se pensiamo che in caso di semifinale a Parigi, Nole sarà il primo tennista al mondo a superare la soglia dei 100 milioni di dollari vinti in carriera.

Siccome però nello sport si viene ricordati non tanto per i guadagni, quanto per le vittorie, il serbo adesso è chiamato a sfatare il suo tabù. È chiamato a domare quella terra battuta parigina che lo ha sempre respinto, spesso a un passo dal traguardo. La prima volta nel 2012 (Nadal si impose in quattro set), poi ancora nelle ultime due stagioni, di nuovo di fronte a Rafa e infine a Stan Wawrinka, in un ultimo atto del 2015 mai davvero digerito dal padrone del tennis mondiale. In tutto questo, il rimpianto più grande per Djokovic è però una semifinale, ovviamente contro Nadal. Siamo nel 2013, e dopo 4 ore e 37 minuti di match, il maiorchino chiude per 9-7 al quinto al termine di una sfida da infarto. Una delle tante, tra i due.

Vincere al Roland Garros, quest'anno, significherebbe pure mettere una seria ipoteca su quel Grande Slam che è divenuto impossibile nel tennis maschile da una cinquantina d'anni a questa parte. Nole ne ha già completato tre quarti nel 2011 (la sua prima stagione in vetta al ranking) e nel 2015. E oggi pare difficile immaginare qualcuno che possa fermarlo a Wimbledon e agli Us Open. Un Nadal in ripresa? Un Federer rinvigorito dopo gli acciacchi alla schiena? Un Murray che diventi continuo e consapevole di potergli strappare il trono? Possibilità, certo, ma il favorito è sempre e comunque lui.

Lui che ha cominciato la sua carriera divertendo e divertendosi, con quel fare un po' sopra le righe che lo aveva reso personaggio ancor prima di campione. Lui che ha capito presto, perché ben consigliato ma soprattutto perché molto intelligente, che un numero 1 non poteva permettersi di dire e fare tutto ciò che voleva, senza compromettere il suo rendimento. Così, dalle imitazioni dei colleghi, dalle conferenze stampa condite da proclami sul futuro, dai momenti di gestione incerta dei match, si è passati a una sorta di macchina perfetta. Che non lascia nulla al caso, dalla famosa dieta a ogni dettaglio pre e post match, dalle dichiarazioni sempre misurate al rispetto totale (ma senza paura) degli avversari.

Parigi attende l'uomo da 100 milioni di dollari come colui che può cambiare – una volta di più in questo decennio da leggenda – la storia del tennis maschile. Senza fare caso a chi, e non sono nemmeno pochi, lo considera troppo monotono per poter entusiasmare. Un destino dei padroni, in ogni disciplina.