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CEMENTO ARMATO

Pubblicato il 4 aprile 2016

Sembra quasi di vedere una differita, un film di cui già si conosce la fine. Novak Djokovic vince a Miami per la sesta volta in carriera, incamera la quarta doppietta nei Masters 1000 della primavera americana (la terza consecutiva) e svetta con 28 titoli nella categoria più prestigiosa dopo gli Slam. Ventotto come i suoi anni, che spaventano al pari della sua superiorità: per quanto, ancora, il serbo riuscirà a dominare il circuito come sta facendo? Eppure Kei Nishikori non sembrava vittima predestinata, a giudicare dai precedenti. Ma non è riuscito a fare match pari, troppo lontano fin dall'inizio da una qualche forma di equilibrio, prima che un problema al ginocchio sinistro allontanasse persino gli ultimi sogni visionari.

Novak è passato dall'essere – una decina di anni fa – il simpatico guastafeste nell'era Federer-Nadal, all'essere un campione talmente granitico da attirarsi persino qualche antipatia per i troppi successi. Un destino comune a tanti di coloro che hanno dominato, in discipline diverse. Il pubblico vorrebbe agonismo, vorrebbe almeno battaglia. Ma di fronte a uno spettacolo dal finale (spesso) scontato, quanti pagherebbero volentieri il biglietto? La speranza per vedere qualcosa che cambia è nel passaggio di superficie. Dal cemento che evidenzia tutta la forza di Nole e l'abisso in cui navigano gli altri, si passa alla terra battuta. Che con le sue piccole trappole, forse, qualche sorpresa ce la potrebbe regalare. Del resto non è proprio sul rosso che il numero 1 del mondo sta accumulando i rimpianti più grossi? Non è Parigi, sponda Roland Garros, la città che lo ha sempre respinto?

Snocciolare la solita collana di numeri-record servirebbe a poco. Perché per capire il dominio di Djokovic è sufficiente guardare le facce. La sua, con quegli occhi sgranati a cogliere ogni dettaglio di avversario, campo e partita. Quella del rivale, spesso rivolta verso il basso in segno di resa, a cercare di capire cosa si può fare quando è chiaro al mondo che non si può fare nulla. Novak è il giocatore giusto per trovare quel Grande Slam che a un uomo manca da 47 anni (Rod Laver nel 1969). Ha vinto in Australia, è difficile pensare che possa perdere a Wimbledon e agli Us Open, e sfatare il tabù Roland Garros in fondo non pare una vera impresa tecnica, quanto forse psicologica. Chissà mai che sia proprio il procedere di questo tentativo a farlo tornare simpatico al pubblico. Lui che della gente, del suo affetto, non può proprio fare a meno.