blog
home / BLOG / IL MARZIANO DI BELGRADO

IL MARZIANO DI BELGRADO

Pubblicato il 23 marzo 2015

#DjokovicFederer38 è stato il nuovo capitolo della saga stellare tra i due marziani con la racchetta. Da una parte della rete il numero uno del mondo, dall’altra il suo storico avversario, ovvero il sindaco onorario di Basilea. Si erano visti poche settimane fa nel ricco Dubai, sempre in finale, segno che loro due sono i più in forma del circuito, oltre che i più forti al mondo. Tra gli sceicchi vinse SirRoger, nel deserto californiano ha vinto – con merito – Nole.

 

Il primo Master 1000 dell’anno va al ragazzo di Belgrado, al suo 50esimo titolo in carriera, il ventunesimo per quanto riguarda i mini-Major, e il quarto nella terra vicina a Palm Springs, eguagliando proprio Roger Federer nell’albo d’oro. Una partita giocata a ritmi forsennati, recuperi quasi miracolosi, passanti che non si ritenevano possibili e una qualità media, ad ogni quindici, da leccarsi i baffi. Federer sapeva che non poteva metterla sulla battaglia fisica, vuoi per l’età più avanzata, vuoi perché è uno dei punti forti proprio di Djokovic e vuoi perché ha deciso di passare gli ultimi anni più tempo a rete che mai, prendendo molti rischi ma deliziando i palati più esigenti.

 

Per vincere contro questo Federer non bisogna sbagliare nulla. Da inizio anno, tra Brisbane, Melbourne, Dubai e Indian Wells, aveva perso solo una volta, per mano di uno straordinario Andreas Seppi. Djokovic lo sapeva bene. Nonostante la dieta gluten-free, le ore di yoga, un talento innato per il tennis e una solidità mentale da tesi di laurea, è pur sempre un umano. Il calo del secondo set, con tre doppi falli nel tie-break, ne sono la dimostrazione. Ma ha saputo recuperare presto il suo gioco e per Roger non c’è stato scampo. Un Roger al quale non si può appuntare nulla: ha fatto un grandissimo torneo (vedi, per esempio, il 6-0 rifilato a Berdych).

 

Con un Nadal non al meglio e un Murray distratto, Djokovic può legittimamente sognare anche il Grande Slam. La terra, si sa, è il terreno dell’uomo di Manacor. Ma prima di sporcarsi le scarpe di rosso c’è ancora da aspettare.

 

La finale femminile è stata la fiera del break. Ha vinto, dopo oltre due ore di gioco e tre set, la rumena Simona Halep, al suo primo Premier Mandatory. Una partita non bella, vissuta sulle molte occasione sprecate dalla Jankovic, a poche palline dal trionfo ma capace di farsi rimontare dalla piccola tennista di Costanza. Una finale alla quale penserà molto Flavia Pennetta, detentrice del titolo, vittoriosa con grande merito su Maria Sharapova e poi caduta nel tennis-potenza della tedesca Lisicki. Con Serena Williams fermata da un problema fisico al ginocchio i rammarichi per un bis sono doppi.

 

L’Italia ricorderà molto Indian Wells 2015. Per una coppia che scoppia, una che continua a crescere. Dopo tanti trionfi, Slam compresi, Sara Errani e Roberta Vinci hanno detto basta, non giocheranno più il doppio insieme. La coppia più vincente del tennis azzurro ha deciso di separarsi, ma con modalità che non convincono al 100%. Non si vuole fare dietrologia e nemmeno polemica, correre strade diverse è legittimo e libero, desta qualche perplessità però il comunicato stringato e il ruolo del fratello di Sara come manager di Roberta.

Chissà se Bolelli-Fognini riusciranno a ripetersi al maschile. Dopo la vittoria di Melbourne sono arrivati all’ultimo atto anche nel deserto, ma hanno dovuto lasciare strada a Pospisil-Sock, il duo nordamericano campione di Wimbledon. Una sconfitta a testa alta, che ha riportato l’Italia in una finale di un Master 1000 dopo il Canè-Nargiso di Montecarlo 1989.

 

Il circuito passa da Ovest ad Est, da Palm Springs alle spiagge di Miami. Tra gli uomini non ci sarà Federer, tra le donne è stata confermata la presenza di Serena.

Senza Roger chi sfiderà il marziano di Belgrado?!

Photo Credit: 467300356/Getty Images