blog
home / BLOG / LA DEMOCRATIZZAZIONE DEI SOLDI

LA DEMOCRATIZZAZIONE DEI SOLDI

Pubblicato il 2 gennaio 2014

Roberta Corti, in arte Betty Curtis, lo cantava già nel 1961, stretta in un tubino color aragosta: “Soldi, soldi, soldi, quanti soldi, lodati siano i soldi, i benamati soldi perché, chi ha tanti soldi vive come un pascià, e ai piedi caldi se ne sta”.

Soldi. Linfa vitale per il tennis moderno (e non solo). L’anno scorso abbiamo assistito a una corsa pazza dei montepremi dello Slam, come se fosse una bolla speculativa di un titolo di Wall Street. Gli Australian Open hanno alzato il prize money del 15% arrivano a 31 milioni, Parigi del 16%, Londra addirittura del 40% arrivano a sfiorare i 35 milioni di dollari. Ma è New York che fa paura: gli US Open 2017 potrebbero partire con un budget di 50 milioni di dollari. Fa effetto solo scriverlo.

Uno squilibrio, tra grandi e piccoli, che ha spaventato l’ATP. Nonostante un preoccupante ritardo, l’Associazione dei giocatori con la racchetta ha deciso di aumentare i montepremi per tutti i tornei Challenger, ovvero i tornei “minori”: chi vuole entrare in calendario deve mettere a bilancio 50 mila euro, chi era già iscritto dovrà aumentare la posta da 30 a 35 mila euro. Certo, bricioline in confronto a quanto possa offrire il contabile di New York, ma è almeno un segnale di inversione di tendenza. All’epoca del Muro di Berlino si sarebbe detto “una democratizzazione dei denarii”.

I Challenger, come diversi tornei maggiori, fanno fatica ad inserirsi in un calendario fitto di eventi e manifestazioni, con l’aggravante di dover invogliare i giocatori a parteciparvi (e non avere il fascino del campo prestigioso o della città all’ultima moda). Non solo. Nel 1994, il circuito ATP era composto da 90 tornei, numero che si è ridotto a 65-67 eventi dal 2002, con una riduzione complessiva dei posti nei tabelloni principali del 36%. 

L’effetto secondario? Facile da ipotizzare. I tornei Challenger sono passati dagli 88 del 1992 ai 147 dell'anno scorso, con punte di 173 nel 2007 e 175 nel 2008. Tra il 1992 e il 2002 i Challenger sono aumentati del 35% ma il numero complessivo di posti nei main draw fra tornei ATP e Challenger è aumentato solo del 6%. Tra il 2002 e il 2012, nonostante l'esplosione di challenger, il totale di posti disponibili nei tabelloni principali è cresciuto solo del 9%.

In sostanza, l'aumento dei tornei secondari ha colmato un vuoto generato dal taglio dei tornei ATP di fascia più bassa, senza un aumento proporzionale di opportunità per i giocatori che li frequentano, in gran parte classificati tra il n.100 e il n. 300 del mondo.

Diamo altri numeri: dalla fine degli anni ’90 ad oggi i montepremi dei challenger non sono variati sensibilmente. Si è passati dai quasi 5 milioni del 1999 ai 10 milioni dell’anno scorso, ma con il doppio dei tornei in calendario! Calcoli veloci alla mano, i montepremi si sono spostati di qualche centesimo di euro. L’opposto dell’ATP: meno tornei spalmati sui dodici mesi e boom di denari. Parliamo di quasi 80 milioni di dollari, ovvero il 137% in più di vent’anni fa. 

L’inversione di tendenza di quest’anno – bricioline, ripetiamo – speriamo non sia solo un contentino. Senza i challenger il ricambio generazione, in particolar modo per i giovani, è ad alto rischio.