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IL GRIDO DISPERATO DELLA CLASSE MEDIA

Pubblicato il 28 novembre 2013

Quante volte abbiamo letto, nelle recenti cronache politiche, il seguente titolo: “Aumenta sempre di più il divario tra le classi ricche e quelle povere”. Analisti e commentatori si sono presto affrettati a sentenziare la fine della classe media, ovvero il cuore pulsante delle popolazioni del Vecchio Continente.

Il tennis non è la politica (per fortuna). Negli ultimi anni ha però seguito il trend che si descriveva poco fa: un aumento sproporzionato di compensi, pubblicità e denari tra i più forti – maschi o femmine che siano – e quelli nei gradini appena sotto il podio. Sia chiaro, nella storia di questo sport chi aveva già la faccia o le movenze da uomo-immagine (Borg, McEnroe, Navratilova o Agassi, solo per citare i più famosi) ne ricavava un ottimo ritorno economico senza scendere in campo.

Quello che stiamo per descrivere è un caso diverso, seppur legato ai montepremi e alle spese di routine di un singolo giocatore. Un professionista di racchetta e pallina deve programmare con cura i tornei ai quali partecipare, gli allenamenti, i viaggi, le coperture assicurative, i fisioterapisti, etc. Non tutti hanno la fortuna di muoversi con un’intera squadra, come l’ex numero uno del mondo Novak Djokovic. 

Per potersi permettere un proprio team sono necessarie vittorie e prestigio, perché sappiamo bene come il tennis del nuovo Millennio sia legato alle gesta dei campioni: per riempire un palazzetto (incassi), vendere magliette, attirare sponsor. Per fare grande un campione c’è però bisogno di un torneo competitivo, di avversari adeguati e di partite appassionanti. Per fare grande un campione c’è bisogno dei “comprimari” ovvero i giocatori di seconda fascia. Attenzione, non vogliamo mancare di rispetto a nessuno. Nessuno. Il cuore dello sport è la competizione. Alla fine il vincitore sarà solo uno, agli altri andranno gloria e una piccola fetta della torta.

Ma con le briciole non è facile rimanere ai vertici. L’apripista del dibattito fu Josh Goodall, ex numero 184 del mondo. Decise di dire basta con il tennis non a causa del suo score o della sua condizione fisica, bensì perché non riusciva a pagare le spese. Josh era numero 184. Il suo messaggio cadde quasi nel vuoto. Un suo collega, ben più in alto in classifica, è voluto andare oltre. 

Dmitry Tursunov è ora numero 29 del mondo. Il suo best ranking, nell’ottobre 2006, fu dieci posizioni più in alto grazie alle vittorie in India e Thailandia contro Dancevic e Thomas Berdych. Bene, il ragazzo di Mosca, davanti alle telecamere della CNN ha lanciato il suo grido: "Sono nei primi trenta del mondo, ma credo di parlare a nome di tanti giocatori, nei primi 100 ma non solo, e la verità è che per restare ai massimi livelli i costi crescono sempre di più, se non riesci ad avere con te un grandissimo sponsor". 

Parole chiare e dirette: "Oggi spendiamo almeno 100mila dollari per i viaggi, con un aumento del 10% negli ultimi due anni, e si fa tutto in economy, naturalmente, affrontando fusi e notti insonni. Allora possono anche darci un contentino più cospicuo ai primi turni, ma se non si contengono le spese è inutile fare certa propaganda. Come si fa ad allenarsi, pensare di poter battere i grandi, creare le condizioni per un ricambio? Si pensa allora a vivere, e a farlo male, quando magari c'è chi come Federer si porta non solo il fisioterapista o il coach, ma l'incordatore e tutto un seguito che ha poco a che fare con lo sport".

Quella per Sir Roger è semplice invidia o un riferimento-esempio per spiegare la vita della classe media del tennis?

Prima di rispondere vi lasciamo un ultimo dato. Forbes Business Magazine ha segnalato come, tra giugno 2012 e giugno 2013, i 10 tennisti più pagati del mondo (uomini e donne) hanno accumulato 60 milioni di dollari di montepremi. Solo in 10.

Photo credit: Rena Schild / Shutterstock.com