blog
home / BLOG / L’omaggio allo sconfitto

L’omaggio allo sconfitto

Pubblicato il 14 marzo 2013

La maledizione del bambino è una leggenda americana del baseball. La potente squadra dei Boston Red Sox domina i campionati ad inizio del 1900 grazie alla possibilità di schierare, tra le proprie fila, il più forte di tutti: Babe Ruth. A seguito di una crisi finanziaria della proprietà, vende il campione (e con lui altri 10 giocatori) ai nemici di sempre, i New York Yankees. Ruth e la squadra della Grande Mela diventeranno leggenda, Boston sprofonderà nell’abisso degli ultimi posti per anni, lunghi anni.

La maledizione ha colpito la squadra dal 1918 al 2004, un’eternità per i tifosi dei calzini rossi del Massachusset. Solo nel nuovo millennio sono tornati nelle strade per festeggiare le World Series.

Anche nel tennis esiste questa “stregoneria”? In parte. Per evidenti ragioni il paragone è scomodo: da un lato abbiamo 30 squadre a lottare per il titolo, dall’altra molti tornei con tanti partecipanti e un solo vincitore. John McEnroe, che di vittorie se ne intende, disse: “Il tennis è uno sport di perdenti. C’è gente che si allena e lotta per anni senza mai vincere un campionato”.

Partiamo da chi si è imposto sulla scena mondiale per le sue vittorie ma che detiene un record “scomodo”: Ivan Lendl. Il campione cecoslovacco, attuale tecnico di Andy Murray, ha vinto 8 Slam in carriera ma è stato sconfitto all’atto finale per 11 volte. Pensate che a New York arrivò a giocarsi il titolo per otto volte consecutive, dal 1981 al 1989, ma dovette lasciare il posto al vincitore per cinque edizioni. La sua bestia nera era sicuramente Boris Becker.

Ivan ha gioito (anche se la sua faccia è normalmente una maschera di cera). Ci sono giocatori che non hanno avuto questo privilegio. Julien Benneteau ha recentemente sconfitto Sir Roger Federer a Rotterdam ma ha perso nuovamente in finale. Per l’ottava volta. Il primo titolo sembra sempre dietro l’angolo ma manca il colpo finale, quello del ko.

Un suo connazionale, Cedric Piolone, perse l’ultimo atto per 9 volte consecutive, compresi gli US Open del 1993. Solo tre anni dopo, a Copenaghen, riuscì a liberarsi della maledezione. L’americano Pat Dupre, alla fine degli anni ’70, si fermò a 8 sconfitte consecutive, tra cui una contro il nostro Adriano Panatta, prima di festeggiare in Brasile il titolo del 1981.

Vi ricordate cosa si diceva di Andy Murray l’anno scorso? Vi ricordate le sue lacrime sul centrale erboso di Wimbledon? Il ragazzo non riesce a portare a casa il suo primo Slam. Passata l’estate, ha fatto ricredere le penne più taglienti della carta stampata battendo in finale a New York (la città si ripete spesso nel racconto, non trovate?) Nole Djokovic. Un urlo liberatorio.

Ricordiamoci sempre, statistiche alla mano, che solo un cognome sarà scritto sull’albo dei vincitori. Ma non dimentichiamo mai di rendere omaggio allo sconfitto.