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Le ‘Original Nine’ e la parità di genere nel tennis

Pubblicato il 8 marzo 2022

Il tennis, negli ultimi anni, è stato tra gli sport più attenti al tema della gender equality. E se oggi i passi avanti verso una reale parità di genere sono visibili, lo si deve anche al coraggio di nove donne che, nel 1970, hanno cambiato il corso della storia.

Resta da fare ancora molto per una reale parità di genere. Ma se oggi il tennis è tra gli sport che mettono più attenzione al tema della ‘gender equality’, il merito è soprattutto di nove donne che 52 anni fa, nel 1970, decisero di far sentire la loro voce. Ancora oggi sono ricordate come le ‘Original Nine’: si tratta di Billie Jean King, Judy Dalton, Kerry Melville Reid, Peaches Bartkowicz, Rosie Casals, Julie Heldman, Kristy Pigeon, Valerie Ziegenfuss e Nancy Richey. Ma cosa fecero, esattamente, queste nove donne coraggiose? 

Intanto, bisogna capire in quale contesto si stavano muovendo. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, il tennis internazionale cominciò a darsi un’organizzazione professionistica, mentre il circuito amatoriale degli anni precedenti terminò la sua corsa entrando definitivamente nei libri di storia. Il futuro si prospettava diverso, dunque. Ma non per tutti. 

Gli uomini, oltre a detenere il potere organizzativo nella maggior parte dei casi, guadagnavano sempre parecchio più delle colleghe. In alcuni casi, la distanza era di 12 a 1. Una situazione che non poteva permanere a lungo. A prendere il toro per le corna, a far capire che così proprio non si poteva proseguire, furono Billie Jean King e compagne, in un boicottaggio storico che fece da preludio alla nascita del circuito femminile per come lo conosciamo oggi.

IL BOICOTTAGGIO DI LOS ANGELES

Il luogo del cambiamento epocale fu Los Angeles, l’anno il 1970. Il Pacific Southwest Championships, in programma dopo gli Us Open, avrebbe infatti pagato al vincitore del torneo maschile la cifra di 12.500 dollari, mentre alla vincitrice della prova femminile ne sarebbero andati 1.500. Fu la goccia, nemmeno troppo piccola a dire il vero, che fece traboccare il vaso. Billie Jean King fu la prima a prendere l’iniziativa, coinvolgendo Rosie Casals e Nancy Richey. 

Andarono a parlare con Gladys Heldman, a capo della rivista World Tennis Magazine e madre della pro Julie Heldman. Proprio questo incontro fu decisivo, perché fu Gladys a spingere il gruppo ad andare oltre il boicottaggio del torneo: serviva qualcosa di più forte, di più grande. Bisognava crearsi un futuro.

LA CREAZIONE DEL TOUR WTA

Così nacque il circuito alternativo, in principio Virginia Slims, poi divenuto Wta Tour meno di tre anni più tardi. A sancire i primi accordi, un contratto simbolico di 1 dollaro, quello che ha poi portato a una foto iconica per la storia del tennis e dello sport. L’annuncio pubblico – mentre dall’altra parte si minacciavano senza troppa convinzione sanzioni verso le ribelli – avvenne il 23 settembre del 1970 a New York. E quella data rimane oggi impressa come il momento in cui il tennis femminile è cambiato per sempre. Il momento in cui ha cominciato davvero il proprio cammino, per arrivare dove è oggi. 

La prima numero 1 della classifica stilata dal computer arrivò nel novembre del 1975 (Chris Evert), ma a quel punto il percorso era tracciato, tutto il circuito femminile sapeva dove stava andando, sapeva di aver fatto la cosa più importante. Ed era consapevole che il resto del cammino sarebbe stato – presumibilmente – in discesa. Tuttavia, non si è trattato di un percorso lineare. E la lotta per la parità è proseguita con momenti di tensione più o meno alta, a seconda delle scelte dei tornei e a seconda della personalità delle leader che di volta in volta si sono affacciate ai piani alti del ranking. 

WIMBLEDON: LA PARITÀ DI MONTEPREMI NEL 2007

Malgrado si debba continuare a ricordare l’importanza del percorso, sottolineando ciò che in un mondo giusto dovrebbe essere normale, il dato fondamentale è che oggi le tenniste si ritrovano finalmente ad avere – negli Slam e nei grandi eventi – un trattamento paritario rispetto ai colleghi. Quando Billie Jean King vinse il suo primo titolo a Wimbledon, ricevette in premio 750 sterline, contro i 2000 che andarono a Rod Laver, trionfatore tra gli uomini. 

Nell’ultima edizione dei Championships, Novak Djokovic e Ashleigh Barty hanno messo in tasca la stessa cifra: 1 milione e 700 mila sterline ciascuno. L’anno della prima totale parità, però, non è affatto lontano nel tempo: parliamo del 2007, 14 anni fa, quando il premio per i due vincitori fu allineato a 700 mila sterline ciascuno.

NON È (SOLO) QUESTIONE DI SOLDI

Detto tutto questo, è solo una questione economica? Ovviamente no. I montepremi sono un mezzo per far passare in maniera chiara e semplice quello che in realtà è un concetto molto più complesso. Un discorso nel quale l’obiettivo di tutte le tenniste che hanno fatto la storia, da quel 23 settembre 1970 in avanti, è quello di far sentire la loro voce, di esserci quando vengono prese le decisioni. Tutte le decisioni, nessuna esclusa. 

Il passaggio di campionesse carismatiche e con tanta voglia di portare il loro impegno oltre il campo da tennis, da Martina Navratilova a Serena Williams (senza dimenticare Naomi Osaka), ha ogni volta riattizzato il fuoco di quella prima protesta. Perché nessuna di loro pensa che così vada bene. Nessuna di loro pensa – a ragione – che la parità sia davvero del tutto raggiunta. 

Se i montepremi degli Slam si sono allineati, restano altri obiettivi sul piatto. Obiettivi che sono legati alle decisioni da prendere per il futuro del tennis, oggi avviato verso un’unità d’intenti tra Wta, Atp e Itf che sembrava difficile da trovare fino a poco tempo fa. La base di tutto sarà dunque continuare a fare pressione, stimolando l’educazione di tutti, uomini e donne. Perché il tennis continui a essere un esempio di giustizia, non solo attraverso il denaro, ma anche e soprattutto attraverso la partecipazione.