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Coaching e no

Pubblicato il 21 luglio 2021

Tema coaching: voi con chi state, con il rivoluzionario Tsitsipas o con il ‘tradizionalista’ Kyrgios? 

Stefanos Tsitsipas ha lanciato un altro sasso nello stagno e come al solito ha provocato la solita onda di reazioni a catena. Il tema, stavolta, è il coaching. Sì, no, a volte? Quando potrebbe essere ammesso e quando è meglio non prenderlo nemmeno in considerazione? L’argomento è da sempre caldissimo, nel mondo del tennis, che storicamente ha fatto della ‘solitudine del giocatore’ uno dei propri pilastri, nonché una caratteristica peculiare in grado persino di aumentarne la popolarità. Tante storie di tennis, probabilmente, non avrebbero avuto lo stesso impatto mediatico se sulla panchina del campione in difficoltà ci fosse stato un allenatore-confidente-amico in grado di dargli una pacca sulla spalla nel momento del bisogno. Oggi però i tempi sono cambiati, l’epoca della solitudine sembra un lontano ricordo da dover cancellare, nell’epoca della condivisione a tutti i costi. Così da un lato c’è la Wta che (da tempo, prima della pandemia) aveva ammesso la pratica del coaching, dall’altro c’è l’Atp che fa esperimenti (vedi Next Gen Atp Finals), e in mezzo ci sono i giocatori che periodicamente fanno richieste in tal senso, a volte supportati dai colleghi, a volte meno.

TSITSIPAS E KYRGIOS, SEMPRE CONTRO

Tsitsipas è un rivoluzionario per natura: cerca di fare una rivoluzione sul campo, quando si mette a capo della generazione emergente che vuole scalzare dal trono il triumvirato (ormai ridotto peraltro a due soli elementi, visto il tormentato percorso di Federer), ma cerca di farla pure altrove. Quando sui social posta contenuti da filosofo consumato e così pure quando vuole provare a cambiare un mondo ancora piuttosto ingessato come quello della racchetta. “Ci sarebbe bisogno del coaching libero, a ogni punto – ha scritto il greco – e sarebbe finalmente un grande passo avanti per il nostro ambiente”. Apriti cielo. Kyrgios (che non è proprio il più tradizionalista dei tennisti) ha subito risposto per le rime, ma la sensazione è che lo abbia fatto più per una sana antipatia nei confronti del collega che non per la volontà di salvaguardare le tradizioni. Lasciandogli comunque il beneficio del dubbio, il buon Nick potrebbe essere il capofila di una corrente che è ampiamente rappresentata, soprattutto dentro al Tour maschile. All’idea di avere un aiuto ufficiale, molti si oppongono. Salvo poi buttare un occhio al coach in maniera clandestina un quindici sì e l’altro pure.

L’ESEMPIO DELLE NAZIONALI

Ci sono solo dei momenti precisi, nella stagione, in cui il coaching non solo è permesso ma rappresenta una caratteristica fondamentale delle competizioni in questione. Parliamo in particolare della Coppa Davis, come di tutte le prove a squadre che vedono coinvolte le Nazionali, dalla nuova Atp Cup alle manifestazioni ormai andate in pensione. Succede spesso, in questi appuntamenti, che certi giocatori si trasformino. E in Italia ci sono stati casi eclatanti. Paolo Canè, per dirne uno, con la maglia azzurra trovava sempre il modo di dare il cento per cento del suo potenziale, sfruttando appieno la presenza rassicurante in panchina del capitano. Stesso discorso per Fabio Fognini, anche se in questo caso la distanza di rendimento rispetto ai tornei individuali non è stata così evidente. Chi ama la Davis e la sua atmosfera, di conseguenza, si trova col cuore diviso: da un lato, apprezza la tradizione, dall’altro capisce che a volte avere un minimo supporto, o anche semplicemente una persona con cui sfogare i propri pensieri e le proprie frustrazioni, consentirebbe di aiutare a esprimere tutto il potenziale di giocatori inespressi.

IN CHE DIREZIONE ANDIAMO

La soluzione al quesito posto da Tsitsipas non è scontata e con tutta probabilità non avrà una risposta univoca. Fino a che non si muoveranno in maniera decisa i governi del tennis, o magari uno (o più) dei tornei dello Slam, la situazione resterà inevitabilmente come quella attuale. Ossia con gli avvertimenti dati dagli arbitri ai giocatori che cercheranno in qualche modo di farsi dare consigli dai propri allenatori in panchina. Ma basterebbe che anche uno solo dei Major approvasse una nuova regola del tenore opposto, per far sì che il muro del coaching vietato si sbricioli e venga giù come una castello di carte. Sul fronte femminile è già accaduto, almeno fino alla rivoluzione dettata dal Covid-19, e tutto sommato nessuno ha gridato allo scandalo. Sul fronte maschile ci sono maggiori resistenze, che tuttavia sembrano sempre più vicine a cadere. Chissà che sia proprio il sasso lanciato da Tsitsipas a provocare l’onda in grado di cambiare per sempre questo scenario.