blog
home / BLOG / Belgrado, la rivincita di Berrettini

Belgrado, la rivincita di Berrettini

Pubblicato il 26 aprile 2021

Con il titolo conquistato a Belgrado, Matteo Berrettini ribadisce il suo ruolo di top 10 e di leader del tennis italiano. Ma la concorrenza interna, in realtà, non può che far bene a tutti gli azzurri, da Sinner in giù. Come dimostra l’esempio recente delle nostre ragazze.

Da che mondo è mondo la concorrenza fa bene, stimola a fare progressi. Tanto più se si tratta di concorrenza interna. Matteo Berrettini, però, stava pagando un po’ troppo caro, in termini di popolarità e di esposizione, il suo essere un bravo ragazzo, il suo voler rimanere defilato, in particolare in un periodo particolarmente difficile da gestire sotto il profilo fisico. Con il titolo vinto a Belgrado, il 24enne romano ha alzato la mano per dire che c’è pure lui. Anzi, che lui è tuttora – e vuole rimanere – il leader di questa straordinaria nouvelle vague italiana. Numero 10 del mondo nella classifica Atp, numero 11 nella Race, Matteo non si trova per caso in quella posizione. È bene ribadirlo, in tempo di pandemia e di ranking congelati, mentre ci sono giocatori che restano al vertice anche giocando pochissimo o perdendo parecchio. Le sei partite vinte in Australia prima dell’infortunio agli addominali non erano state banali: tra Atp Cup e Slam ‘down under’, l’allievo di Vincenzo Santopadre aveva battuto personaggi come Thiem, Monfils, Bautista Agut, Khachanov. Gente che, se non sei un campione, difficilmente fai fuori nel giro di una settimana e mezza. Poi, il ritiro prima di affrontare Tsitsipas aveva aperto le porte di un periodo complesso, con questo acciacco che non ne voleva sapere di sistemarsi in maniera definitiva. “Dal dolore, non riuscivo nemmeno a dormire la notte”, ha spiegato Matteo da Belgrado, e allora c’è da credere che il trionfo nel ‘250’ di casa Djokovic abbia rappresentato una sorta di sollievo. Per il fisico e per la testa.

 

MEGLIO DI KARATSEV (E DI DJOKOVIC)

Berrettini non vinceva un titolo da Stoccarda 2019, erba. La pandemia non lo aveva aiutato, stare fermo per uno come lui rappresenta un problema serio, più di quanto lo sia per altri colleghi. Il suo fisico deve essere curato costantemente, deve restare attivo, altrimenti soffre. Così il Berrettini del 2020 non è stato mai, in sostanza, quello dell’anno precedente. Ma il Berrettini versione 2021 sta già dimostrando di essere tornato al suo antico splendore: tolta la (lunga) parentesi infortunio, il suo rendimento è di altissimo profilo, e la classifica della Race lo testimonia più di ogni altra sensazione. Vincere a Belgrado, inoltre, non era affatto banale. Intanto si trattava di un 250 travestito da 500, con Djokovic ben deciso a dominare in casa sua, e fermato invece da un Karatsev che prima dell’ultimo atto era indicato da molti come il favorito. Il 27enne russo che quest’anno si sta scoprendo campione aveva tutti i mezzi tecnici, in effetti, per dare fastidio all’azzurro. Solo che Matteo gli ha scombussolato i piani tenendo un ottimo rendimento in battuta, e appoggiandosi bene pure col back di rovescio, sulla diagonale che per lui era teoricamente più complicata da difendere. Proprio le variazioni, oltre alla pesantezza della combinazione servizio-diritto, hanno permesso al romano di far fuori il giocatore del momento, di prendersi il terzo titolo della stagione per il tennis tricolore e di riaffermare il suo diritto a stare lassù, tra coloro che possono ambire agli Slam.

 

L’ESEMPIO DELLE RAGAZZE

Quello che insegnano questo scorcio di stagione e soprattutto questo trionfo per certi versi inatteso di Berrettini, è che l’Italia di oggi è messa talmente bene da non dover per forza trovare un solo leader, un solo campione su cui puntare. Se si parla tanto (giustamente) di Jannik Sinner, fenomenale coi sui 19 anni e la sua settima posizione nella Race, si può allo stesso tempo parlare del coetaneo Lorenzo Musetti (come in effetti si fa). E se si parla di questi due piccoli talenti che non hanno ancora 20 anni, si può comunque continuare a mantenere alta l’attenzione su Berrettini, su Sonego, e perché no su Fognini (questo si fa un po’ meno, se non per sottolinearne i comportamenti autolesionisti). In fondo abbiamo tutto da guadagnare: da una parte, dividere la pressione – per quanto qualcuno la sopporti meglio di altri – è sempre una carta vincente; dall’altra, avere nel proprio Paese diversi giocatori che possono superarti rappresenta una molla quanto mai efficace per spingersi a vicenda. Ce lo hanno insegnato di recente le nostre ragazze, che ci hanno portato ad avere in poco tempo quattro meravigliose top 10, due titoli Slam di singolare e una serie incredibile di successi di squadra. Gli uomini possono fare ancora meglio, perché hanno cominciato prima a vincere, anche se siamo ancora dentro all’epoca dei Big 3, con tutte le complicazioni che questo comporta.