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L’alieno Karatsev e altri fenomeni nascosti

Pubblicato il 23 marzo 2021

Nel marzo 2019 – quando aveva già 25 anni – era numero 437 Atp, nel marzo 2020 era numero 253. Oggi è numero 27 e avanti di questo passo non si sa quale possa essere il suo vero limite. Aslan Karatsev sembra un alieno sceso sulla Terra per giocare a tennis. Ma non è l’unico fenomeno nascosto del Tour.

A Dubai non ha soltanto vinto il titolo. Se lo è preso di prepotenza. Ha prodotto delle prestazioni che hanno lasciato di sasso avversari e spettatori. Aslan Karatsev si è permesso di rendere impotente per lunghi tratti del match il connazionale Andrey Rublev, uno che a sua volta era abituato a lasciare sulla pelle degli avversari questa antipatica sensazione. Poi ha completato l’opera dominando in finale il sudafricano Lloyd Harris, pure lui reduce da uno splendido percorso sul cemento degli Emirati. Il tutto, solo poche settimane dopo l’exploit australiano, con una semifinale Slam raggiunta alla prima partecipazione nel main draw di un Major. A volte, guardando Karatsev, si ha l’impressione che sia arrivato da un altro pianeta. Si ha l’impressione che questo ragazzo dall’aria triste e dai polpacci enormi sia capitato sulla Terra per caso, dopo aver girovagato chissà dove, e abbia deciso senza alcuna ragione particolare di mettersi a giocare a tennis. Riuscendo a farlo, peraltro, con pochi sforzi e con il massimo risultato. Ma la verità – sensazioni bizzarre a parte – è che Karatsev ha 27 anni e a tennis ci gioca da quando era un bambino. Ha fatto tutta la gavetta che si deve fare per arrivare in alto, solo che per tanto tempo non è riuscito a produrre risultati.

IL BALOTELLI DEL TENNIS (?)

Il suo allenatore attuale, Yahor Yatsyk, che per fargli cambiare rotta se lo è preso e portato nella ridente Minsk, dice che fino a poco tempo fa Aslan era una specie di Mario Balotelli russo. Vien da dubitare seriamente del paragone, perché Karatsev sembra tutto fuorché un festaiolo, ma il concetto passa comunque: fino a prima del lockdown e della sospensione del Tour, il giocatore non credeva abbastanza in se stesso e dunque non era intenzionato a fare troppi sacrifici, a comportarsi al cento per cento da professionista. Poi qualcosa è scattato nella sua testa indecifrabile (almeno stando alle interviste che concede), e i pezzi del puzzle si sono andati a comporre molto rapidamente. Due anni fa esatti, quando gli anni erano già 25, il russo che ha vissuto a lungo in Israele si barcamenava al numero 437 del ranking Atp. Uno dei tanti che sognano e sognano, ma poi spesso si devono accontentare di qualche titolo Itf e di qualche sporadica apparizione nel Tour dei big. Già alla fine di quell’anno si era vista una crescita, frutto della cura Yatsyk, ma ancora nulla che potesse far prevedere ciò che sta accadendo oggi. La vera rivoluzione è giunta dopo lo stop del circuito per la pandemia: dal 16 marzo 2020 (ultima classifica diramata dall’Atp) al 14 settembre, Aslan è passato da quota 253 a quota 116, grazie a due vittorie e a una finale (persa contro Stan Wawrinka) in tre Challenger sulla terra, un paio a Praga e uno a Ostrava.

POSSIBILI FENOMENI NASCOSTI

Il resto è storia recente: la qualificazione agli Australian Open e la semifinale persa con Djokovic, poi il titolo – per certi versi ancora più impressionante della cavalcata di Melbourne – giunto a Dubai. Inutile farsi domande sul suo futuro. Visto come è andata sin qui la carriera di questo alieno in incognito, Karatsev potrebbe fare un altro step e approcciare i top 10 (chi si sorprenderebbe, oggi?), oppure tornare a far fatica nei quarti di un Challenger, come accaduto a Ortisei solo lo scorso autunno (quando perse dal bielorusso Ilya Ivashka). Al di là di quello che accadrà al 27enne di Vladikavkaz, la sua storia spinge a una riflessione attenta su tutto ciò che passa nel sottobosco del circuito, tra Challenger e Futures. Perché sì, Karatsev è un caso straordinario, non paragonabile a nessuna di quelle meteore che pure abbiamo visto alcune volte passare veloci nel cielo degli Slam. Ma ci sono tanti giocatori capaci di produrre punte di rendimento straordinarie per periodi molto brevi. Tante mine vaganti che probabilmente aumenteranno sempre di più, di pari passo con il livellamento verso l’alto (checché se ne dica) del circuito. Qualche nome non più giovanissimo? Proviamo a fare gli indovini. Tra 100 e 200 Atp potrebbero trovare il loro ‘momento Karatsev’ personaggi come il francese Arthur Rinderknech (25 anni) o il cinese Zhizhen Zhang (24); tra i 200 e i 300 lo svedese Elias Ymer (24) e l’australiano Jason Kubler (27); tra i 300 e 400 l’altro francese Laurent Lokoli (26) e l’americano Christian Harrison (26). O magari chissà, qualcuno proveniente da una galassia ancora più lontana. Tutti, in fondo, giocano per questo: sperando che un giorno o l’altro arrivi il loro (meritato) momento.