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Cosa ci lascia l’Australian Open 2021

Pubblicato il 22 febbraio 2021

Gli Australian Open 2021 sono finiti alla solita maniera nel maschile: ha vinto Novak Djokovic, ma la sua vittoria lancia un messaggio forte e chiaro alla concorrenza. Nel femminile si cerca una rivale di Naomi Osaka.

I record di Djokovic

Quando Rafael Nadal ha perso contro Stefanos Tsitsipas nei quarti di finale, Djokovic ha potuto depennare dalla sua lista di obiettivi nel tennis quello del record di settimane da numero 1. Il record di 311 settimane in vetta è di Federer, e verrà raggiunto da Djokovic proprio la settimana in cui lo svizzero tornerà a giocare. E la settimana dopo inizierà il record di Djokovic, che però non riuscirà a eguagliare il record di settimane trascorse da numero uno consecutivamente. Questo appartiene ancora a Roger Federer,  che è stato numero 1 per 237 settimane di fila. Tolto questo “pensiero” di mezzo, Novak si è potuto concentrare sulla vittoria dello Slam numero 18. Sarà questa ora la sua ossessione, ancora più di prima: agganciare a quota 20 Rafa e Roger quanto prima. Se definiamo i quattro record del tennis maschile nella vittoria degli Slam, Masters 1000, ATP Finals e Olimpiadi, Djokovic è quello a stare in cima in questo ranking a quota 59 (18 Slam + 5 ATP Finals + 36 Masters 1000), davanti a Nadal a quota 54 (20 Slam + 35 Masters 1000 + 1 Olimpiade) e Roger Federer a quota 54 (20 Slam + 6 ATP Finals + 28 Masters 1000). In conferenza stampa, Djokovic ha dichiarato che ora potrà programmare meglio la sua annata, che conterà più arrivare al picco di forma nei momenti chiave della stagione, quando si giocano gli Slam, che impegnarsi e giocare tanto per conservare il posto di numero 1 al mondo. Dà la priorità ai grandi tornei, ma rimane difficile pensare che qualcuno diverso da Rafael Nadal possa spodestarlo. Aspettiamo che il ranking torni ad essere calcolato sulla base degli ultimi 12 mesi, poi vedremo, ma vincere gli Slam è la maniera migliore per rimanere in cima al ranking. E Djokovic vuole vincerne ancora.

L’errore di Medvedev

È stato uno solo: quello di credersi pronto. Nessuno è pronto a vincere uno Slam contro Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic. Cinquantotto slam in tre, con ognuno che ha un suo Slam di specializzazione, i 13 Roland Garros di Rafa, i 9 Australian Open di Novak e gli 8 Wimbledon di Roger. Cosa rimane agli altri? Poco o niente. Per avere Thiem vincitore degli US Open c’è stato bisogno del default di Novak Djokovic. Senza la sua squalifica, con molta probabilità oggi gli Slam di Djokovic sarebbero 19 e Dominic Thiem sarebbe ancora a quota zero. Medvedev ha giocato la sua prima finale Slam contro Nadal, persa 6-4 al quinto set in finale agli US Open. Alla vigilia del match contro Djokovic aveva dichiarato di sapere bene cosa lo aspettava, e cioè una battaglia di scambi estenuanti e un ritmo alto da tenere per 4 o 5 ore. Il suo errore è stato tenere Djokovic fuori da questo ragionamento. La partenza bruciante del serbo, la sua capacità di accorciare gli scambi togliendo il ritmo al russo, la bravura nel variare gli angoli al servizio per togliere riferimenti a Daniil: la vittoria per tre set a zero in finale è stato un trionfo tecnico tattico per Djokovic. Quello che il campo ha evidenziato, è l’incapacità dei vari Medvedev, Tsitsipas, Zverev e altri di alzare il loro livello nei momenti importanti contro i tre fenomeni. Giocano benissimo, sono top cinque, hanno risultati ottimi già da anni, però quando giocano negli Slam contro Roger, Rafa o Nole, la loro inadeguatezza è palese. Medvedev non aveva calcolato la capacità di Novak Djokovic di surclassare chiunque in finale agli Australian Open. Quella impartita da Novak, è una lezione che Medvedev deve tenere a mente. L’atteggiamento del russo dopo il primo set era un mix di scoramento e nervosismo, giocava come se non vedesse l’ora di lasciare il campo. Eppure, a 25 anni, era “solo” alla sua seconda finale Slam. Il russo farà tesoro di questa lezione? Dovrebbe farlo, perché la situazione non è detto che migliori negli Slam a venire. Anche perché Djokovic ha eguagliato Nadal nel numero di Slam vinti nell’Era Open dopo aver compiuto i trent’anni, e cioè sei.

La precocità di Naomi Osaka e le sue possibili rivali

A 23 anni, solo cinque tenniste avevano vinto più Slam della giapponese. E parliamo di Steffi Graf (11 Slam vinti a 23 anni), Monica Seles (9), Serena Williams (7), Chris Evert (7) e Martina Hingis (5). Naomi compirà 24 anni ad ottobre, è in tempo almeno per eguagliare Martina Hingis, per farlo dovrebbe vincere almeno gli US Open. Che il cemento sia la superficie a lei più congeniale è oramai cosa evidente. I suoi Slam sono arrivati fra Melbourne e New York, lei stessa ha dichiarato in conferenza stampa di dover migliorare molto il suo gioco sia su erba che su terra. Se sull’erba di Wimbledon i suoi colpi d’attacco possono attecchire quasi come sul cemento, è sulla terra battuta che Naomi dovrà imparare a giocare diversamente, avendo maggiore pazienza e ragionando di più fra un colpo e l’altro. Ad ogni modo, ci troviamo di fronte ad una ragazza che può arrivare tranquillamente in doppia cifra Slam. Non si vede all’orizzonte una tennista più forte di lei, specialmente a questa età. Al netto dell’età, chi potrà contrastarla? Si è rivista una gran Ashleigh Barty, che non giocava da circa un anno e che è stata capace di raggiungere i quarti di finale, perdendo un po’ a sorpresa. Se giocherà con continuità, la numero uno del mondo potrebbe essere la grande rivale di Naomi. Più lontana Aryna Sabalenka, che punta a uno Slam in singolare dopo aver vinto con Mertens quello del doppio proprio a Melbourne. E poi c’è Garbine Muguruza, una che ha avuto due matchpoint per battere Naomi Osaka proprio in questo torneo. E Serena Williams? Uno Slam è un torneo lungo, se la miglior Serena degli ultimi anni non è riuscita a vincere neanche un set contro questa Naomi, come potrà farlo in futuro? Forse sull’erba di Wimbledon, il torneo di Londra potrebbe veramente essere l’ultima chance per lo Slam numero 24.

Berrettini è sulla via del ritorno

La sfida degli ottavi di finale contro Tsitsipas avrebbe dato indicazioni certe sul reale stato di Matteo Berrettini. Ma fin lì, Matteo aveva già dimostrato di avere le sembianze del Berrettini 2019, l’annata migliore del romano. Servizio super centrato e con percentuali alte durante i match, dritto capace di impartire l’estrema unzione a quelle palle vaganti, specie in risposta al suo servizio, e capacità di stare concentrato nei momenti che contano: non si batte Anderson in tre set se non si riesce ad alzare il proprio livello di concentrazione e gioco nei tiebreak, quando i punti contano più che nei game. Purtroppo, il torneo australiano ha confermato anche la fragilità fisica di Berrettini, e l’impressione è che sarà ogni volta il fisico a fermare le sue corse. Questo oltre al suo rovescio, un colpo che per quanto Matteo lo abbia migliorato e perfezionato ancora è lontano dallo standard che richiede la top 10. Per stare dove è ancora oggi – anche se con il sistema del calcolo del ranking che lo agevola da questo punto di vista – Matteo deve migliorare il suo gioco o essere perfetto fisicamente. Tertium non datur.

Infortuni, quarantena e tre su cinque: l’anno che ci aspetta

La quarantena australiana è stata causa di qualche infortunio? Chissà. Però nel torneo maschile si sono infortunati Berrettini, Carreno Busta, Thiem, Ruud e Dimitrov giusto per citare quelli famosi. Quest’anno non è stato il caldo il problema del torneo, non se ne è parlato per niente anche perché a febbraio il sole è meno duro che a gennaio, il mese in cui di solito si svolge il torneo. Però l’impossibilità di allenarsi a dovere, specie per quei giocatori che sono stati costretti alla quarantena dura di 14 giorni senza mai uscire dalla stanza d’hotel, può aver contribuito a questi infortuni. A tutto questo si aggiunge il tre su cinque, che già di solito non facilita le cose in questo senso Molti giocatori arrivano stanchi a fine torneo, quando la posta in palio sale e ci sarebbe da dare il meglio. Kyrgios contro Humbert è stata una delle partite più belle quest’anno, ma forse l’australiano dopo i cinque set per battere il francese si è presentato stanco contro Thiem, che poi ha perso contro Dimitrov poiché clamorosamente fuori condizione, successivamente Dimitrov, che prima si era avvantaggiato della sua freschezza nella vittoria per ritiro contro Carreno, è rimasto in campo giusto per non ritirarsi contro la sorpresa Aslan Karatsev. Anche Tsitsipas, dopo aver rimontato due set di svantaggio a Nadal, è crollato di fronte a Medvedev. Non aveva più energie. Nel femminile, giocando le partite al meglio dei tre set, il problema è meno evidente. La stessa Jennifer Brady, una che non è uscita dall’hotel per 14 giorni per via della quarantena, è stata capace di raggiungere la finale del torneo.

Se quest’anno il Tour forzerà altre quarantene del genere, alcuni giocatori potrebbero scegliere di non giocare. Alcuni big rilanciano l’idea della bolla, come fatto per l’Australian Open, ma i tornei avranno difficoltà a giocarsi al di fuori della loro sede naturale, soprattutto per questioni legate agli sponsor. Sarà un anno comunque in cui abbonderanno i ritiri, le rinunce, le partite falsate da problemi fisici, quarantene o poco allenamento, match giocati con il pubblico, poi senza pubblico e poi con di nuovo i fan sugli spalti, come agli Australian Open. Adattarsi, il mantra del tennis, sarà ancora più difficile del solito. Tranne che per Rafa e Novak: a loro niente li scalfisce.