blog
home / BLOG / Wawrinka e la vittoria fantasma

Wawrinka e la vittoria fantasma

Pubblicato il 10 febbraio 2021

Stan Wawrinka manca tre match-point e consegna il passaggio del turno a Marton Fucsovics. Ma lo svizzero si era trovato a condurre per 7-3 nel tie-break del quinto set: con le regole degli Us Open, l’incontro lo avrebbe vinto lui.

Può la stessa identica partita (identica, punto per punto) avere un esito opposto, se giocata a Melbourne piuttosto che a New York? Nel mondo del tennis professionistico, anno 2021, è possibile. L’esempio perfetto arriva dalla nottata australiana, di fronte Stan Wawrinka e Marton Fucsovics per uno dei match clou della terza giornata dell’Happy Slam. L’ungherese vola avanti di due set, poi ancora per 5-3 nel quinto, ma non la chiude. Così è lo svizzero a mandare in scena la rimonta. Prima si arrampica al tie-break, dove sembra poter dominare: vince sei dei primi sette punti e poco dopo si ritrova sul 7-3. Agli Us Open, il match sarebbe finito qui, con Wawrinka al terzo turno. In Australia no, si arriva ai 10. Così, al povero Stan non basta nemmeno un vantaggio di 9-6, perché Fucsovics cancella i tre match-point (con il contributo di un avversario generoso), conquista cinque punti di fila e incamera l’incontro.

QUATTRO SLAM, QUATTRO REGOLE

Si potrebbe parlare molto di una sfida che a tratti ha prodotto del gran tennis. Si potrebbe parlare dei meriti di Fucsovics, un talento di colpitore fuori dal comune mai davvero sbocciato; o delle incertezze (persino nel rovescio) di Wawrinka, ormai lontano dalle sicurezze granitiche di quando – era il 2014 – questo Major lo vinceva. Invece l’attenzione è catturata dal punteggio e da queste bizzarre differenze tutte interne ai quattro eventi più importanti della stagione: ognuno fa di testa propria, ognuno ha le sue regole per decidere il quinto parziale degli uomini e il terzo delle donne. Ed è di fronte a situazioni come questa, di fronte a una partita che cela al proprio interno una vittoria fantasma, che nascono tante domande. Una su tutte: non sarebbe il caso di cercare, e poi trovare, una certa uniformità? Chiaro: ogni Slam ha le sue caratteristiche, l’erba non è la terra e il cemento è ancora diverso. Fino a pochi anni fa, un incontro che a Wimbledon poteva prolungarsi all’infinito (vedi lo storico Isner-Mahut), al Roland Garros aveva molte meno chance di andare per le lunghe. Ma se prendiamo i due eventi sul duro, Us Open e Australian Open, vediamo che oggi si dividono soltanto per quei tre punti del tie-break decisivo che potrebbero sembrare un dettaglio, e che invece possono fare tutta la differenza del mondo.

PUNTEGGIO E PSICOLOGIA

All’interno di questo ragionamento va inserito pure un asterisco. Perché giocare sul 6-1 senza match-point a favore non è la stessa cosa che giocare sul 6-1 con match-point a disposizione. Cambia, anzi, viene stravolto, l’aspetto psicologico della vicenda. Dunque non è detto che – con le regole di New York – Wawrinka sarebbe arrivato davvero a quel fatidico 7-3. Forse quel braccio che ha cominciato a tremare sul 9-6 avrebbe cominciato a balbettare prima, forse quei tre match-point sfumati sarebbero diventati cinque e Fucsovics avrebbe vinto comunque. Ma questa è materia per psicologi (meglio se molto bravi). Qui conta il principio: perché, se il contesto, i protagonisti e l’importanza del torneo sono gli stessi, deve cambiare la formula? Perché dobbiamo sempre preparare un post-it che ci ricordi come funziona quel determinato Slam, ogni volta che arriviamo al match decisivo? Non è una questione di tifo per una regola o per l’altra, ma solo una richiesta di uniformità che forse dovrebbe arrivare – forte e chiara – dagli stessi giocatori.