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2020: cinque immagini dall’anno zero

Pubblicato il 22 dicembre 2020

La cancellazione di Indian Wells, gli stadi vuoti, i campioni con le mascherine, le ragazze di Finale Ligure che giocano sui tetti. Immagini di un 2020 che non dimenticheremo. E per voi, qual è l’immagine tennistica dell’anno?

LA CANCELLAZIONE DI INDIAN WELLS

Sono due le date simbolo dell’inizio dell’incubo pandemico, nel mondo del tennis. La prima è legata alla finale del Challenger di Bergamo: il giorno è il 23 febbraio, è una domenica e sull’Italia cala la paura. Il torneo orobico è il primo al mondo sospeso per un’emergenza sanitaria, con il francese Couacaud e l’ucraino Marchenko che restano in albergo, bloccati dalle rigide disposizioni che fermano qualsiasi tipo di evento. Ma è dal 9 marzo che prendono vita gli incubi peggiori: quel giorno, arriva la notizia della cancellazione del Masters 1000 di Indian Wells. Nemmeno il tennis si può sottrarre al nuovo coronavirus che sta dilagando in ogni parte del pianeta, costringendo interi Paesi a difendersi attraverso il confinamento dei cittadini. Di lì a poco, arriverà la sospensione del Tour a tempo indeterminato.

LE RAGAZZE SUI TETTI

Nel mese di aprile, mentre l’Italia soffre e lotta contro il Covid, due ragazzine di Finale Ligure provano a mantenere viva la loro passione per il tennis. Rispettando i decreti governativi, restano ognuna a casa propria, ma trovano modo di fare qualche palleggio da un tetto all’altro. Un’idea geniale che presto fa il giro del mondo grazie alle immagini postate sui social. Qualche mese dopo, Carola e Vittoria ricevono una visita speciale: Roger Federer coglie al volo l’invito di uno sponsor, così su quegli stessi tetti scambia qualche colpo pure il vincitore di 20 titoli Slam. Le espressioni incredule e gioiose delle due piccole giocatrici sono una boccata d’ossigeno in un periodo ancora molto pesante, nonostante si cominci a intravedere una luce e il Tour sia ormai prossimo alla ripresa.

GLI STADI VUOTI DI NEW YORK

Contrariamente a tutte le previsioni, gli Us Open si giocano: sono il primo Slam che viene disputato dopo l’inizio della pandemia, perché il Roland Garros ha scelto di posticipare l’evento a fine settembre, cercando dunque di salvare il salvabile (compresa una minima presenza di spettatori). L’atmosfera, tuttavia, a New York è spettrale. Il torneo va in scena a porte chiuse, si gioca in stadi enormi ma senza pubblico, con solo qualche giocatore sugli spalti a dare un’occhiata (il più delle volte distratta) ai colleghi. Colpiscono il silenzio assoluto in cui si svolgono gli scambi, le parole dei protagonisti in campo che rimbalzano così chiaramente nei microfoni. È tutto estremamente diverso da come ce lo ricordavamo. È forse persino affascinante, ma di sicuro piuttosto inquietante. Al contempo, è l’unico modo che il tennis – sport sicuro se ce n’è uno – ha per riuscire ad andare avanti e non morire.

DJOKOVIC, TUTTO E IL SUO CONTRARIO

Tutto. Perché Novak Djokovic alla fine ha mantenuto la prima posizione del ranking mondiale superando le 300 settimane in vetta, ha vinto uno Slam (gli Australian Open, ultimo Major pre-pandemia) e ha pure raggiunto la finale al Roland Garros. Tutto. Perché durante i mesi più duri dell’emergenza ha saputo pensare a chi ne aveva più bisogno, donando somme ingenti in favore degli ospedali, uno di questi anche in Bergamasca. Ma la stagione del serbo, paradossalmente, passerà alla storia per altro. Per la squalifica subita agli Us Open dopo la pallata scagliata (involontariamente) alla gola di una giudice di linea; per la follia dell’Adria Tour, passato da torneo a focolaio di coronavirus; per la creazione della Ptpa, la nuova associazione dei giocatori lanciata in un momento dove forse ci sarebbe stato più bisogno di unità. Tutto e il suo contrario, in perfetto stile Djokovic.

I SORRISI DI SINNER E TREVISAN

Un sorriso spontaneo, sincero, brillante come solo quello di chi vive la sua scalata verso l’obiettivo della vita. Oppure come quello di chi torna da un lungo periodo buio, prendendosi una rivincita sul destino. Jannik Sinner e Martina Trevisan, con i loro quarti di finale al Roland Garros, hanno mandato all’Italia un messaggio di speranza, uno sguardo (quanto sono importanti, gli occhi, nell’epoca delle mascherine?) rivolto a un futuro che in questo momento ci pare così instabile, una valanga di incognite e nessuna certezza. È solo tennis, certo, è solo sport. Ma anche questo può fare la sua parte, nell’immaginare un domani meno complicato. Un domani che per il tennis italiano, nonostante tutto, appare ricco di regali preziosi.