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Rublev, obiettivo Finals

Pubblicato il 27 ottobre 2020

Andrey Rublev ha vinto 4 titoli nel 2020 ed è lanciato verso Londra. Ma in fondo le sue ambizioni lo spingono a guardare ancora più in alto, ancora più lontano. “L’obiettivo – spiega coach Fernando Vicente – è mettere ordine dentro al suo enorme talento.  

Le Atp Finals a un passo, una continuità impressionante per uno che prende i suoi rischi. E un tennis che sta diventando sempre più pericoloso per chiunque, senza eccezioni. Andrey Rublev, in questo 2020 così anomalo e compresso, è la vera sorpresa, l’uomo nuovo al vertice. Non ha vinto Slam e non ci è nemmeno andato vicino, ma ha raggiunto i quarti a Parigi e a New York, portandosi a casa, a corredo, la bellezza di quattro titoli del circuito: Doha e Adelaide a inizio stagione, Amburgo e San Pietroburgo dopo la ripresa. Cemento, terra, sintetico indoor, per lui cambia poco. Il 23enne nato a Mosca ed emigrato in Spagna, quando si alza col piede giusto, può far male ovunque, senza stare troppo a guardare cosa si trova sotto ai piedi. Il fatto è che adesso, rispetto al passato, le giornate giuste non sono più l’eccezione bensì la regola. Quanto lui, quest’anno, ha vinto solo Novak Djokovic: in due, hanno raccolto 8 titoli su 27 a disposizione, ossia il 30 per cento circa del totale.

LA SCUOLA DI BARCELLONA

Fino a poco tempo fa, di Andrey si diceva tutto il bene possibile, ma non ci si azzardava a pensare che potesse essere davvero un vincente. Troppo complicato gestire quel tennis iper aggressivo, con zero margini di errore e con una testa non sempre sul pezzo. Almeno all’apparenza. Pure il suo coach, lo spagnolo Fernando Vicente, a volte si faceva prendere dallo sconforto: “È sempre stato un ragazzo eccezionale e con un tennis superbo – ha spiegato l’allenatore che lo segue a Barcellona – ma quando è arrivato da me c’era da costruire un po’ tutto il resto, dalla mentalità a una condizione fisica adeguata per stare al passo con i migliori. Ho dovuto essere coach e anche un po’ padre, come capita spesso con i ragazzi molto giovani”. Andrey aveva 18 anni, tanta voglia di emergere ma pure delle lacune importanti, che col tempo sono state limate. “Gli capitava di sparire dal campo anche per delle mezzore intere, poi si riprendeva, ma spesso era troppo tardi”.

TESTARDAGGINE RUSSA

Andrey non perde l’occasione di far riferimento al suo coach come alla chiave fondamentale per dare impulso al proprio tennis. “Mi ha aiutato a essere paziente – racconta il 23enne russo – e a gestire le emozioni”. Ma non è che sia stato tutto rose e fiori. E non lo è nemmeno adesso, quando i top 10 sono stati raggiunti e l’orizzonte delle ambizioni è cambiato. “Andrey è russo, di passaporto e di natura – continua Vicente, best ranking di numero 29 Atp – e per questo ti vorrà contraddire le prime 25 volte in merito a qualsiasi argomento. Poi alla ventiseiesima, forse, ti dirà che avevi ragione tu. Ma è un lavoro complesso, che richiede tempo”. Il problema, inoltre, sono gli obiettivi. Quelli di Rublev sono sempre stati alti, altissimi, fin da quando era un bambino e sognava di fare il professionista. Ora non si accontenta più di giocare bene a tennis, di poter competere con i migliori al mondo. Li vuole battere, sempre. “E a volte è talmente sopraffatto dalle sue stesse aspettative – sottolinea il coach – che va in confusione e bisogna sperare che si riprenda in tempo. A Parigi, per esempio, si è preso per quattro volte l’asciugamano di Fucsovics. Era in campo ma non era lucido. Ha recuperato e ha vinto quando ha messo ordine nella sua testa”.

CAMPIONE DA SLAM?

Adesso, tra Vienna e Parigi-Bercy, c’è da fare l’ultimo piccolo passo per approdare alle Finals di Londra. Quelle che rappresenterebbero una prima porta d’ingresso verso la dimensione che Andrey vorrebbe trovare e mantenere. Finals da vivere come un protagonista, non come uno già appagato dal risultato. Del resto le botte spaventose da fondo, la velocità di braccio che non teme rivali e una buona dose di incoscienza che si porta dalla culla, gli consentono di avere dei validi supporti alle sue ambizioni. Ormai non più fuori misura, ormai alla sua portata, senza nessuna paura di ammetterlo. Chi deve cominciare ad avere un po’ di paura, da questo momento in poi, sono i suoi avversari: perché basterà un po’ di convinzione in più, e magari una certa capacità di perdonarsi gli errori, per fare di Rublev un campione da Slam.