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Murray, un esempio per Thiem

Pubblicato il 25 agosto 2020

Le due facce della ripresa. Da una parte Dominic Thiem, che durante la pausa del Tour ha fatto il pieno di esibizioni e al primo contatto coi match ufficiali si è sciolto di fronte a Krajinovic. Dall’altra Andy Murray, che ha lavorato dietro le quinte e ora si dimostra pronto a lottare con la grinta di un ragazzino.

Nel corso della pausa forzata del Tour internazionale, oltre cinque mesi in tutto, Dominic Thiem è stato fra i giocatori i più attivi. Almeno se parliamo di presenze nelle esibizioni organizzate per colmare il vuoto di tornei. In totale, il numero 3 del mondo ha messo in fila una trentina di partite, divise fra il suo ‘Thiem’s 7’ (che peraltro non ha vinto, lasciando il titolo a Rublev), l’Ultimate Tennis Showdown di Patrick Mouratoglou, lo sfortunato Adria Tour organizzato da Novak Djokovic e altre esibizioni varie. Dove lo chiamavano, lui andava. L’intento, evidentemente, era nobile (al netto degli ingaggi): non soltanto cercare di mantenere una condizione dignitosa in vista della ripresa, ma allo stesso tempo dare al pubblico qualcosa di interessante da vedere, qualcosa con cui distrarre gli appassionati troppo preoccupati dalle vicende che bloccavano il mondo. Il problema dunque non è affatto la premessa, bensì il risultato. Dopo questa iperattività non ufficiale, Thiem è sceso in campo a New York per il match di secondo turno (ma era il primo per lui) del Masters 1000 di Cincinnati, racimolando tre game contro Filip Krajinovic. Il quale non è certo l’ultimo arrivato, ma contro cui un Thiem in condizione almeno sufficiente avrebbe dovuto fare almeno match pari. A conti fatti, dunque, la verifica del primo incontro vero ha detto che il numero 3 del mondo, durante la sospensione, non si è saputo gestire nel modo migliore.

CINCINNATI, DOPPIO RIENTRO

Dall’altra parte c’è lui, Andy Murray. Che dal tennis se n’era pure andato, annunciando agli Australian Open del 2019 un ritiro forzato da condizioni fisiche sempre più precarie. Poi l’operazione ben riuscita all’anca, la lenta ripresa, la voglia di tornare in campo, hanno rimescolato le carte al punto da fargli credere che un ripensamento sarebbe stato non solo possibile, ma doveroso. A dargli una mano, paradossalmente, dev’essere arrivato il lockdown. Perché sì, magari da un lato sarebbe stato importante giocare più spesso, riprendere il ritmo partita e farlo in fretta. Ma d’altro canto, se c’era un giocatore che aveva bisogno di ricaricare le batterie, in questa rincorsa ai bei tempi andati, era proprio lui. Lui che si è concesso giusto una manciata di apparizioni in patria, nella ‘Battle of the Brits’, ma che per il resto si è dedicato a lavorare sui dettagli, ciò che conta per farsi trovare pronto quando ce n’è davvero bisogno. Curiosamente, il torneo di Cincinnati (quello vero) era stato pure il palcoscenico della sua prima rentrée, giusto dodici mesi fa, quando a fermarlo fu sufficiente un discreto Richard Gasquet. Per questo rientro condiviso, Andy ha invece sfoderato le sue carte migliori: non solo i colpi che lo hanno portato a diventare uno dei Fab Four accanto a quei tre fenomeni di Federer, Nadal e Djokovic, ma pure una tenacia che è stata in fondo la vera chiave del suo successo. Con una buona dose di coraggio e una voglia matta di tornare a giocarsi un trofeo prestigioso, Murray ha dominato Tiafoe alla distanza per poi approfittare delle incertezze di Sascha Zverev, al quale la cura Ferrer ancora non ha fatto effetto. Probabilmente non basterà tutto ciò, a Andy, che ambizioso lo è per natura prima che per mestiere, ma intanto è la dimostrazione che l’approccio alla vita e al lavoro durante il confinamento in questo caso è stato corretto e – a conti fatti – efficace.

IL QUARTO FAB FOUR

“Se mi guardate da fuori – ha spiegato lo scozzese in riferimento al match contro Zverev – può essere che mi troviate spento, giù di morale e negativo. E in effetti, forse, esteriormente sono davvero così. Ma vi assicuro che dentro di me sento una grande fiducia in me stesso, e questa fiducia mi aiuta a vincere partite dure come questa”. In un tennis senza pubblico, dove giocatori egocentrici soffrono l’assenza di sguardi e altri implorano motivazioni nuove per riuscire a superare un momento tanto particolare, avere ancora un Murray nel Tour è una benedizione. Perché sa come non essere banale, sa esaltare ed esaltarsi persino in uno stadio vuoto e ha talmente tanta voglia di risalire che tutto il contorno diventa ininfluente. Mentre Djokovic continua a patire il calo di popolarità seguito al pasticcio dell’Adria Tour, Roger Federer è out fino al 2021 e Rafael Nadal non è volato negli States per paura del contagio, l’unico dei quattro davvero ‘Fabulous’, in tempo di pandemia, sembra proprio lui.