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Le 3 risposte di Palermo

Pubblicato il 10 agosto 2020

La francese Fiona Ferro vince il primo torneo alla ripresa del circuito nell’epoca della pandemia. Palermo, oltre a dare un’iniezione di fiducia alle italiane, ha fornito al tennis mondiale risposte importanti: organizzare un evento di successo, anche di questi tempi, è possibile.

Il battesimo del nuovo circuito mondiale che vuole resistere alla pandemia ha avuto Palermo come meraviglioso sfondo. Un battesimo emozionante e difficile, ma alla fine decisamente ben riuscito. Non ha vinto una giocatrice italiana, bensì una che di italiane ne ha eliminate due, la francese Fiona Ferro (in finale sull’estone Anett Kontaveit). Ma le azzurre nel complesso – con una semifinale e due quarti in singolare, più la finale in doppio – sono state capaci di sfornare una prestazione di sostanza, mandando segnali importanti in vista di un futuro che potrebbe vederle protagoniste a livello più alto. Un futuro nel quale la pattuglia tricolore nelle top 100 potrebbe aumentare in numero e qualità. Palermo, tuttavia, in questa particolare occasione aveva uno scopo più nobile: far capire al mondo del tennis e dello sport in generale che organizzare un evento in tempi di pandemia è possibile, ancorché tutt’altro che semplice.

Quali sono state, dunque, le risposte del torneo Wta siciliano alle tante domande che circolavano nell’ambiente?

RISPOSTA NUMERO 1

Sì, si può fare. Anche in questi tempi sospesi e complessi, organizzare un evento del Tour non è impossibile. Mantenendo peraltro tutte le misure di sicurezza necessarie per pubblico, staff e atleti, e senza arrivare all’isteria. Certo, Palermo è un torneo non di primissima fascia, non ha le necessità e tantomeno i numeri di uno Slam, dunque le problematiche non sono comparabili. Però in Sicilia hanno persino aperto le tribune, rispettando le distanze previste da persona a persona e facendo osservare scrupolosamente la regola base: indossare la mascherina. E di casi critici non se ne sono trovati. Un’atleta è stata testata positiva al tampone, dunque è stata costretta a rinunciare. Un’altra aveva anticorpi nel sangue che segnalavano il contatto col virus, eppure non risultava positiva e per questo motivo è rimasta ed è scesa in campo. L’unico a protestare è stato, curiosamente, uno che a Palermo nemmeno c’era: Richard Gasquet ha alzato la voce gridando allo scandalo perché le atlete alloggiavano in un albergo condiviso con i turisti. Nessuna delle ragazze presenti lo ha però seguito in questa polemica sterile, e questo dice tutto sul valore stesso della questione posta dall’ormai ex prodigio del tennis francese.

RISPOSTA NUMERO 2

Strettamente legata a quest’ultima considerazione, c’è poi la risposta numero due. C’era talmente tanta voglia di lasciarsi alle spalle i cinque mesi di sospensione, che tutte le giocatrici sono apparse molto desiderose di lasciar parlare il campo, evitando qualsiasi commento in merito all’opportunità o meno di andare avanti nella direzione intrapresa. In questo senso, i colleghi del Tour maschile si stanno dimostrando ogni giorno parecchio più schizzinosi, tra minacce di boicottaggio, richieste letteralmente fuori dal tempo e pretese fuori da ogni logica. Tra le donne, semplicemente, c’è chi ha comunicato di non voler rischiare, senza parlare di massimi sistemi. Come la rumena Simona Halep, che malgrado gli annunci della vigilia non se l’è sentita di andare a Palermo, e giocherà invece a Praga. O come Ashleigh Barty, la quale ha già dichiarato alla stampa di non voler prendere parte agli Us Open per timori personali legati alla salute sua e del suo staff. Scelte legittime, che però allo stesso tempo non mettono in discussione gli sforzi fatti dal governo del tennis femminile e dagli organizzatori dei tornei per far ripartire il Tour. Non è un caso, evidentemente, che la Wta sia già in campo da giorni mentre il circuito Atp ripartirà (forse) il 22 agosto da New York.

RISPOSTA NUMERO 3

Infine, l’ultima risposta. Il tennis con poco pubblico, o senza pubblico come si prospetta nei grandi eventi (e in particolare negli Stati Uniti) non è sport minore né meno emozionante. Ci sono due motivi che rendono il tennis – in questo senso – molto diverso dal calcio o da altre discipline. La prima è che il tifo di parte, sostanzialmente, non esiste o esiste in rarissimi casi. Certo i francesi al Roland Garros hanno un sostegno diverso da quanto accade in Australia o negli Stati Uniti, ma si tratta di eccezioni che nel complesso dell’evento non fanno quasi mai la differenza. In secondo luogo, in molti appuntamenti dei circuiti Challenger e Futures (ma pure in qualche Atp, soprattutto nelle giornate riservate ai primi turni), spesso le tribune semivuote sono la regola e non l’eccezione. Un dato su cui peraltro si dovrebbe riflettere ai piani alti, ma questo è un tema che merita un approfondimento a parte. Ciò che conta qui è far notare a chi quei tornei li ha vissuti, compresi i Nadal e i Djokovic, che sì, si può giocare a tennis senza pubblico e non per questo la partita sarà falsata o meno appassionante. Del resto l’alternativa che si presenta in epoca Covid-19 è ben peggiore: non giocare affatto. E con i contratti televisivi e degli sponsor che garantiscono le entrate e la sopravvivenza stessa degli eventi (con annesso indotto e dunque salvaguardia dei posti di lavoro), giocare dovrebbe essere un imperativo morale prima che una necessità. Ovviamente garantendo a tutti la massima sicurezza possibile, così come un paracadute nel momento in cui si scelga (legittimamente) di rinunciare a scendere in campo.