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Carlos Moya, il re di Umag

Pubblicato il 21 luglio 2020

Uno dei tornei preferiti da Carlos Moya, ex numero 1 al mondo e oggi coach di Rafael Nadal, era quello di Umag, a due passi dall’Italia. L’evento croato – tra i più amati da pubblico e giocatori – è una vera festa del tennis, che quest’anno non si giocherà a causa della pandemia ma che tornerà dalla prossima estate.

C’è un torneo che solitamente è una festa, in un’estate normale di un anno normale. Non sarà così nel 2020, perché la pandemia ha stravolto ogni piano e ha costretto il calendario a comprimersi – nella migliore delle ipotesi – in quattro mesi. Eppure l’Atp di Umag tornerà e c’è da giurare che continuerà a essere uno dei preferiti dai giocatori, pur essendo poco lontano dalla conclusione di Wimbledon e troppo vicino all’avvio della stagione sul duro americano. Una parentesi di terra battuta in mezzo a due superfici che sono agli antipodi del rosso. Il torneo croato è una festa per la location, con il suo centrale bomboniera appoggiato sul mare e con il villaggio vacanze che lo circonda. È una festa perché sì, ci si va sempre per vincere, ma ci si va pure per staccare la spina dallo stress che prende i campioni negli appuntamenti che danno più punti e più tensioni, gli Slam e i Mille.

POKERISSIMO DI TITOLI

In questo contesto, Carlos Moya – attuale coach di Rafa Nadal – ci si trovava a meraviglia. Il bel Carlos ha vinto in totale per cinque volte (su sei finali), la prima nel 1996 contro Felix Mantilla, l’ultima nel 2007 contro Andrei Pavel. Un binomio, quello Moya-Umago, che ha aiutato il torneo a farsi un nome di prestigio perché durante quelle stagioni l’iberico si impose come uno dei più forti della sua generazione, raggiungendo persino la poltrona di numero 1 del mondo, conquistando un titolo al Roland Garros e andando parecchio vicino al trionfo pure agli Australian Open. Insomma, Moya non era un tipo da vittorie comode, non era uno che si costruiva la classifica in quelli che oggi chiameremmo ‘250’, ma allo stesso tempo era uno che non disdegnava di esibirsi dove sapeva che si sarebbe potuto divertire. Quindi sulla sua amata terra, quindi a Umag. Dove, a conti fatti, ha messo in cascina il 25 per cento di tutti i suoi successi nel Tour.

UN’ALTRA SPAGNA

Moya, che andrebbe pronunciato con l’accento sulla a, è stato forse il meno spagnolo degli spagnoli, aprendo una nuova era per il tennis iberico. Laddove fin lì si vedeva qualsiasi suo connazionale fortemente legato alla terra, alla regolarità e alla fatica (Bruguera, Berasategui, Albert e Carlos Costa, Corretja), Carlos ha cominciato a fare qualcosa di diverso, retto da un talento nel braccio decisamente superiore a quello dei predecessori, ma pure da un’altra attitudine, più votata all’aggressione che non all’attesa. Carlos sapeva come portare lo scambio dalla sua parte quando era costretto in difesa, ma veniva anche a prendersi il punto a rete appena ne aveva l’opportunità. A volte sembrava distratto, a volte poteva sembrare persino poco impegnato. In realtà aveva soltanto quell’atteggiamento tipico di tanti che nascono con i favori di madre natura: tutto gli usciva dalla racchetta talmente facile da farlo apparire quasi banale al cospetto di colleghi meno dotati.

IL RAPPORTO CON NADAL

Fin qui il Moya giocatore, ma adesso c’è una nuova versione di Moya, quella di coach. Il fatto stesso che Rafael Nadal sia diventato quello che è diventato, è probabilmente merito in prima battuta del suo conterraneo, capace di indicare la strada per chi proveniva da quell’isola di Maiorca tanto bella quanto apparentemente poco adatta per costruire un campione. O perlomeno parecchio lontana, all’epoca, dalle rotte tennistiche di una Spagna concentrata quasi esclusivamente su Barcellona, con poche eccezioni in altre città. Da Moya in poi, invece, Maiorca è diventata un’opportunità anche per chi voleva fare della racchetta la propria vita. E ormai da qualche anno, per la precisione da fine 2016, le carriere e le professionalità di Carlos e Rafael hanno trovato un logico punto di incontro: quando zio Toni ha deciso che ne aveva abbastanza di girare il mondo dietro al nipote, ha trovato proprio in Moya la persona ideale per proseguire il suo lavoro.