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Martina Navratilova, l’inimitabile

Pubblicato il 10 luglio 2020

Il 10 luglio del 1978, dopo la sua prima vittoria in singolare a Wimbledon, Martina Navratilova diventava numero 1 del mondo. Di titoli a Wimbledon, doppi compresi, ne avrebbe collezionati 20. Ma ancora oggi, più che per i suoi primati, è ricordata e amata per il suo tennis e per la sua straordinaria personalità.

Con i suoi numeri e i suoi primati ci si potrebbe riempire un’enciclopedia. Ma in fondo Martina Navratilova è ricordata per il suo tennis, per i suoi attacchi e per i suoi ricami, molto più che per i venti titoli vinti a Wimbledon tra singolare e doppio. A nessuna come a Martina, nella storia del tennis femminile (ma forse il concetto si potrebbe allargare al mondo dello sport) calza alla perfezione l’etichetta di inimitabile. Nel senso di non avvicinabile sotto il profilo di certi risultati e di non replicabile sotto il profilo dello stile. Certo, nel frattempo è cambiato il mondo ed è cambiato il tennis: Martina l’ultimo Slam nel misto lo ha vinto nel 2006, quattordici anni fa, ma il suo primo centro è datato 1974. Fate un po’ i conti. Però non basta liquidare tutta questa storia relegando la grandezza a una vicenda di un’altra epoca, ai bei tempi andati. Perché la forza di Miss Navratilova è più attuale che mai.

LE RIVALI: EVERT, GRAF, SELES

I motivi? Almeno due. E il primo è prettamente tecnico. La campionessa nata in Boemia è riuscita ad adattare costantemente il suo gioco, senza mai snaturarlo, passando indenne attraverso tante generazioni di avversarie. Se la sua rivale per eccellenza è stata Chris Evert, dieci volte sconfitta nelle finali di singolare degli Slam, Martina ha affrontato e battuto pure Steffi Graf e Gabriela Sabatini, Arantxa Sanchez e Monica Seles, Conchita Martinez e Jennifer Capriati, Lindsay Davenport e Iva Majoli. Nel 2004 giocò – ovviamente a Wimbledon – l’ultimo suo Major in singolare lasciando un game alla colombiana Catalina Castano e perdendo in tre set dall’argentina Gisela Dulko, non proprio l’ultima arrivata visto che era numero 59 Wta. Parliamo di un periodo in cui nelle top 10 c’erano Serena e Venus Williams, Svetlana Kuznetsova e Kim Clijsters, tutte giocatrici attualmente in attività.

LA DIFESA DELLE MINORANZE

Il secondo motivo è però, molto probabilmente, il più importante. Non è relativo a un qualche dettaglio tecnico, bensì a un colpo chiamato personalità. Nessuna giocatrice prima di lei e nessuna tra quelle che sono arrivate dopo – nemmeno Serena Williams – è riuscita a spostare sentimenti tanto forti in una platea di appassionati così ampia. Nata nella Cecoslovacchia comunista del 1956, Martina ha vissuto da vicino la Primavera di Praga e la repressione, quando ancora era una bambina che stava cercando di costruirsi un futuro da campionessa. Poi, un viaggio in Florida le ha cambiato la vita e l’ha convinta a restare in quegli Stati Uniti che nel 1981 l’avrebbero finalmente accolta come una loro figlia adottiva. In Cecoslovacchia la videro come una traditrice, mentre lei rispondeva sempre a testa alta a qualunque domanda, per scomoda che potesse risultare. Quella spasmodica ricerca della libertà sarebbe stata una costante della sua vita: dal coming out sulla sua omosessualità alla lotta per i diritti delle minoranze. E sarebbe stata pure un tratto distintivo di un personaggio destinato a uscire dalle cronache sportive per entrare in quelle della vita di ogni giorno.

NUMERO 1 DAL 10 LUGLIO 1978

Martina, inimitabile, in fondo lo era dalla nascita. Ma fu dal 10 luglio del 1978, dopo la sua prima vittoria a Wimbledon, che raggiunse la vetta del tennis mondiale. Alternandosi poi al comando con Chris Evert per quasi un decennio, fino all’arrivo di Steffi Graf. Al numero 1 del ranking Wta ci restò complessivamente per 332 settimane, 156 delle quali consecutive. Proprio la Graf, e in seguito Serena Williams, avrebbero scalfito in parte quei record straordinari, ma né una né l’altra hanno provocato negli appassionati le stesse emozioni di quelle provate di fronte alle volée sublimi di una ragazza con gli occhiali rotondi e con un carattere di ferro. Un carattere forgiato negli anni Sessanta su un campo da tennis maltenuto, una delle poche concessioni di un regime che alla sua famiglia aveva tolto quasi tutto. Ciò che non le si poteva togliere, tuttavia, era quell’orgoglio che l’avrebbe aiutata a vincere 1442 partite, 167 titoli e 59 Slam tra singolo e doppio, l’ultimo a quasi 50 anni.