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1989, Rivoluzione francese

Pubblicato il 28 maggio 2020

Nel 1989, a 17 anni e 4 mesi, Michael Chang divenne il più giovane vincitore di uno Slam. Fece impazzire tutti, soprattutto Ivan Lendl, a cui rifilò pure un servizio dal basso: l’immagine che più di ogni altra rappresenta quel torneo. La rivoluzione non si fermò al torneo maschile, perché Arantxa Sanchez Vicario – pure lei 17enne – si prese il titolo tra le donne, rimontando Steffi Graf.

 Il 29 maggio di 31 anni fa cominciavano le due settimane più rivoluzionarie della storia del Roland Garros. Una rivoluzione silenziosa, pacifica. Fatta di corse e di invenzioni. Di sudore, resistenza e coraggio. C’erano dei colossi, in quella edizione del torneo maschile, non solo in senso metaforico: Ivan Lendl, Boris Becker, Stefan Edberg, Andre Agassi, Yannick Noah, Jimmy Connors. Invece spuntò lui, Michelino Chang, dal basso del suo metro e settanta e dall’alto della sua ambizione. Aveva 17 anni, l’americano con entrambi i genitori di Taiwan, e in quello Slam era uno dei tanti, in un tabellone popolato da personaggi di grande carisma e di ancora maggiore talento. Eppure lui, che comunque era già numero 19 Atp, aveva una fede incrollabile in se stesso e nel destino. Distrusse il quasi coetaneo Pete Sampras dandogli una delle lezioni più severe della carriera, ma il capolavoro lo realizzò contro Ivan Lendl, il numero 1 del mondo.

IL SERVIZIO DA SOTTO

Non era un derby, perché Ivan il terribile era ancora cecoslovacco e sarebbe diventato americano solo tre anni più tardi. Così quello diventò il match degli opposti, una partita capace di fare la storia: nell’anno che tutti avremmo ricordato per la caduta del Muro di Berlino, a cadere fu anche il muro di Lendl, apparso in quei cinque set più vulnerabile che mai. Avanti di due parziali, il favorito sembrava avere in pugno l’incontro, mentre dall’altra parte della rete un Chang in preda ai crampi cominciava ad alzare pallonetti alti e profondi, ultimo tentativo prima della resa. “Non riuscivo a spiegarmi – avrebbe detto l’americano anni dopo – perché Ivan non mi giocasse delle palle corte, o qualche colpo più angolato per farmi correre un po’. Probabilmente non era nella sua natura, voleva vincere con le sue armi migliori. Così rimasi in partita e ricominciai a crederci”. Passo dopo passo, la rimonta prese corpo, ma l’immagine che resterà nella memoria collettiva si formò nell’ottavo gioco del quinto: “Facevo molta più fatica a tenere il mio servizio che a fare il break – spiegò Michael – dunque decisi che dovevo inventarmi qualcosa”. Nacque così il servizio dal basso, una biscia che Lendl addomesticò male, e che lo portò a essere infilato dal successivo passante. Pochi minuti dopo, il miracolo era compiuto. La gente sulle tribune non credeva ai propri occhi.

CHANG-LENDL, PARTITA ICONA

Quel match così iconico mise in ombra persino i successivi. Nessuno si ricorda che nei quarti Ronald Agenor, haitiano con l’animo d’artista, non andò poi così lontano dal frenare la marcia di Chang. Pochi hanno memoria di una semifinale durissima e incerta con Andrei Chesnokov, maratoneta sovietico che non aveva paura di nessuno. E persino la finale, vinta contro Stefan Edberg dopo altri cinque set, non restò impressa come si sarebbe potuto pensare. Perché quello fu il torneo di Chang-Lendl, delle banane divorate ai cambi di campo dall’americano per placare i crampi, di quel servizio da sotto che cambiò la storia. “Non ho mai più parlato con Ivan – ha spiegato il vincitore di allora – di quel Roland Garros. È un argomento che entrambi sappiamo di non dover toccare”.

L’IMPRESA DI ARANTXA

Michelino divenne, a 17 anni e 4 mesi, il più giovane vincitore di uno Slam, in un’epoca che già traboccava di teenager fenomeni: dal Wilander del 1982 al Becker del 1985. L’americano di origine asiatica però non fu solo, nella rivoluzione del 1989. Tra le donne, tutti aspettavano un altro centro di Steffi Graf, magari un acuto di Monica Seles. Invece arrivò lei, Arantxa Sanchez Vicario, a inserirsi tra i due titoli della tedesca e i tre della campionessa di Novi Sad. Pochi mesi più grande di Chang, pochi centimetri in meno, Arantxa era fatta della stessa pasta: tante corse, tanti recuperi, nessun quindici lasciato al caso. Era già numero 7 del seeding, quando si presentò a Parigi quell’anno, reduce peraltro da due quarti di finale raggiunti sulla stessa terra mentre era ancora una bambina. Prima della finale cedette solo un set, alla sovietica Natalia Medvedeva. Per il resto, si rivelò un muro invalicabile per tutte, comprese attaccanti doc come Jana Novotna o giocatrici complete come Mary Joe Fernandez. Quando in finale le si parò di fronte Steffi, sembrava il capolinea della corsa. Ma quello era l’anno della rivoluzione: la tedesca non riuscì a far breccia col suo diritto, picchiava e picchiava ma la palla tornava sempre dalla sua parte. Fino a che dovette arrendersi, sprecando un vantaggio di 5-3 nel terzo. Vinse Arantxa, la piccola catalana dall’aria simpatica con il porta-pallina tenuto allacciato dietro la schiena, Arantxa con le sue lacrime di gioia, Arantxa ubriaca di gioia al punto da rotolarsi su quella terra che ormai era roba sua.