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Roma amarcord: 2016, buon compleanno Andy

Pubblicato il 15 maggio 2020

La finale romana del 2016 segna il cambio di rotta dell’intera stagione: Djokovic, dominatore sin lì, crolla in finale contro Andy Murray, che festeggia il compleanno lanciando il suo miglior periodo di sempre. Dopo quel titolo ne vincerà altri otto, chiudendo l’anno da numero uno.

 Nel maggio del 2016, il copione del circuito Atp per l’anno in corso sembra già scritto. I primi mesi hanno ripetuto fino alla noia il nome di Novak Djokovic, tanto inattaccabile da mettere in bacheca l’Australian Open e tre dei primi quattro Masters 1000. Di spazio per gli altri pare essercene gran poco. Ma gli Internazionali BNL d’Italia stravolgono tutto e lanciano l’ascesa di Andy Murray, che cambia volto alla stagione partendo da una vittoria che sa di eccezione alla regola, e che invece diventa il primo assaggio di ciò che succederà nei mesi a venire. Sir Murray mette piede al Foro Italico dopo la semifinale a Monte-Carlo e la finale a Madrid, e gli dei della terra battuta lo benedicono nella Città Eterna, dove polverizza un passato romano con più dolori che gioie mostrando il suo miglior tennis di sempre sul rosso. Il risultato sono cinque vittorie senza soffrire granché, compresa la finale contro Djokovic, domato per 6-3 6-3 con un mix fra gambe, solidità e testa, figlio di quella maturazione che sei mesi dopo l’avrebbe portato in testa della classifica mondiale.

FINALE A SENSO UNICO

A soli sette giorni dalla vittoria di Djokovic in tre set nella finale di Madrid, sotto il cielo plumbeo che copre il Centrale romano è lecito aspettarsi un epilogo simile. Murray, però, è fresco come una rosa, mentre il serbo ha avuto bisogno di due ore e mezza contro Nadal nei quarti e di oltre tre per battere Nishikori in una semifinale terminata dopo le 23. All’indomani è stanco e nervoso, e fa poco per nasconderlo. Nel secondo game scaglia una palla contro un cartellone pubblicitario, nel terzo perde il servizio, poi getta la racchetta a terra con tale foga da farla rimbalzare e finire sugli spalti. Si becca un warning per condotta antisportiva, ma il vero problema è che Murray gioca meglio e ne ha di più. Il primo set finisce lì, nel secondo cambia poco, se non per una leggera pioggerellina che infastidisce ulteriormente il serbo. Discute col giudice di sedia e pretende la sospensione, mentre Murray, che da buon scozzese con la pioggerellina ci è nato e cresciuto, non ci fa nemmeno caso e va dritto verso il traguardo. Lo taglia con uno dei match-point più spettacolari: prima un recupero poderoso sui teloni di fondo, poi un passante di rovescio tirato dalle fioriere a bordo campo, per chiudere uno scambio che pareva già perso. Il modo ideale per festeggiare il 29° compleanno.

DA ROMA AL NUMERO UNO

Ad accompagnare il trofeo c’è una bella torta, Andy spegne le candeline ed esprime il desiderio. Diventare numero uno al mondo? Probabile. Dopo una vita da terzo incomodo se lo meriterebbe, e qualcuno da lassù decide di esaudire il suo sogno. Roma fa da trampolino, la prima finale a Parigi gli dà ulteriore fiducia, e nella seconda parte di stagione arrivano otto titoli. Vince al Queen’s, trionfa a Wimbledon e nei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, mentre la sconfitta ai quarti dello Us Open resta l’ultima della sua stagione. Riparte con trionfi in serie a Pechino, Shanghai, Vienna e Bercy, così l’obiettivo è raggiunto: il 7 novembre supera Djokovic e diventa numero uno. Festeggia scippando a Nole anche le Atp Finals e va in vacanza da Re, ma i suoi progetti di instaurare una monarchia assoluta sarebbero terminati più o meno in quel momento. Da allora Andy è riuscito a competere a tempo pieno solo nella prima metà del 2017, poi il grave problema all’anca (insieme ad altre noie connesse) gli ha rovinato i piani, dandogli tregua solo a singhiozzo. Ha praticamente detto basta, poi si è dato un’altra chance e due operazioni più tardi ci sta riprovando, tra momenti positivi e periodi bui. L’augurio è che la pausa forzata possa dare una mano anche al suo recupero. Perché una carriera così merita un epilogo migliore.