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Roma amarcord: 2013, la lezione di Rafa

Pubblicato il 13 maggio 2020

Fu la finale più breve di sempre, al Foro Italico: 69 minuti. Eppure in campo c’erano loro, i più attesi, Nadal e Federer. Solo che a Roma, nel 2013, Rafa si rivelò il solito cannibale, mentre un Roger menomato dal mal di schiena stava vivendo una delle sue peggiori stagioni. Il trionfo nella Capitale, per lui, rimase un miraggio.

Fu il settimo sigillo romano di Rafael Nadal, fu un colpo durissimo per le ambizioni rosse di Roger Federer. Nel 2013, la finale al Foro Italico si rivelò una partita fantasma: un’ora e nove minuti, la più breve della storia del torneo. Eppure di fronte c’erano due campioni che sette anni prima avevano dato vita a uno dei match più appassionanti di sempre, con Nadal ugualmente in trionfo, ma con un drammatico 7-6 al quinto set, alla quinta ora di tennis. Il pubblico, dunque, si aspettava qualcosa di simile, ancorché la distanza fosse stata accorciata ai tre parziali, curiosamente proprio a partire dall’edizione successiva a quell’incontro straordinario. Nulla di tutto ciò: la gente quel giorno se ne andò delusa, per aver visto una leggenda tramortita nel tennis e nell’animo dai pugni della sua nemesi, sotto forma di ganci di diritto. Roger finì sotto addirittura per 6-1 e 5-1, prima di uno scatto d’orgoglio che gli consentì di addolcire (per modo di dire) la sconfitta.

L’ANNO NERO DI ROGER

Era il trentesimo testa a testa, tra i fenomeni che hanno segnato un’epoca: dopo quella sfida, il bilancio parlava di un rotondo venti a dieci in favore dello spagnolo. Deprimente, a guardarla con occhi svizzeri. Ma come fu possibile, assistere a quel monologo di Rafa? Non era sufficiente la terra sotto ai piedi, per spiegarlo. Bisognava scavare nei mesi precedenti di Roger, condizionati da un mal di schiena sfiancante che lo avrebbe portato a vivere una delle stagioni più difficili. Una stagione che nemmeno Wimbledon, il suo giardino privato, sarebbe riuscito a salvare. In estate, il Re scese al numero 7 della classifica mondiale: così indietro, non lo si vedeva dal 2002, undici anni prima di quella stagione maledetta. In autunno si separò da coach Annacone, trovando poi in Stefan Edberg una spalla importante. Tuttavia, non voleva in alcun modo trovare alibi, il basilese. E quel mal di schiena cercò di nasconderlo il più possibile, anche per evitare di dare agli avversari una speranza aggiuntiva al momento di scendere in campo.

FINALI STREGATE

Contro Nadal sulla terra, però, i rapporti di forza erano invertiti. Sul mattone tritato, Roger era ormai l’inseguitore, Rafa la lepre. Di lì a poco, l’allievo di zio Toni avrebbe vinto il suo ottavo Roland Garros, quel torneo in vista del quale gli Internazionali BNL d’Italia rappresentavano una tappa obbligata. Così la delusione per quell’ultimo atto romano finito troppo presto, ci fu e pure evidente, ma per tanti osservatori non si trattò di una sorpresa. Le difficoltà di Federer al cospetto del maiorchino erano tanto tecniche quanto mentali. E per superarle, o per provare a farlo, bisognava essere al cento per cento della condizione e della motivazione. Il pubblico del Foro cominciò a pensare che quell’uomo capace di vincere ovunque nel mondo, a Roma non avrebbe mai alzato il trofeo. Ci aveva già provato nel 2003, perdendo da un altro iberico, Felix Mantilla. Poi arrivarono le cinque ore del 2006, quindi la batosta del 2013. E in seguito, due anni più tardi, sarebbe giunto un altro stop, stavolta di fronte a Novak Djokovic. È la storia di un amore mai nato, tra la Capitale e il Migliore di sempre. Ma è soprattutto la storia di Nadal: la vera ragione per cui sulla terra, Roger, non si è mai potuto sentire a casa sua.